Sos Antartide

Il rischio è quello di buttare 500 milioni di euro. È questa la somma che l’Italia ha investito nelle sue ricerche in Antartide dal 1985 a oggi, quando è stato avviato il Programma Nazionale Ricerche in Antartide (Pnra). A oggi, infatti, non sono stati stanziati ancora i fondi per il prossimo anno (già nel biennio 2007-2008 la quota era stata ridotta da circa 30 milioni a 13 milioni di euro) e il tempo sta per scadere visto che se non arriveranno soldi entro la fine di giugno la Pnra Scrl, la società composta da Enea, Cnr, Ingv e Ogs (i quattro enti di ricerca che partecipano alle ricerche in Antartide), si potrà sciogliere come recita il suo statuto.

Una figuraccia per il nostro paese, tanto più che coinvolti ci sono anche enti di ricerca stranieri che fanno affidamento sui nostri scienziati e tecnici. “A causa della mancanza di pianificazione pluriennale e di finanziamenti adeguati, l’Italia sta perdendo quel ruolo di primo piano che aveva faticosamente raggiunto nella comunità scientifica internazionale”, dice Massimo Frezzotti dell’Enea. “Siamo praticamente assenti dalle prossime sfide della ricerca delle perforazioni in ghiaccio. Competenze scientifiche di eccellenza, prima non esistenti, saranno perse e non facilmente rinnovabili: un patrimonio di conoscenze, di giovani ricercatori e infrastrutture faticosamente costruito nell’arco di 20 anni rischia di andare definitivamente perduto”.

Eppure i risultati non sono mai mancati. Lo scorso 24 dicembre, per esempio, si è conclusa a 1.620 metri di profondità la perforazione profonda nel ghiaccio del progetto internazionale Taldice. Cominciato nel 2005, a Talos Dome (2.315 metri di altitudine, a circa 300 chilometri dalla costa), il carotaggio è stato condotto da un’équipe di dieci persone (sei di nazionalità italiana, tre francese e una tedesca), con l’obiettivo di raccogliere campioni di calotta che forniranno informazioni cruciali nella definizione di modelli previsionali delle variazioni climatiche e del livello marino.

Si è trattato di un sistema di grande complessità e nel quale l’essere umano si è inserito modificando le condizioni naturali. Le analisi del ghiaccio – una registrazione dettagliata e continua delle mutazioni ambientali a partire dall’ultima glaciazione – consentiranno ora di capire l’impatto esercitato dai gas serra e dalle polveri, in particolare in relazione a fattori quali la quantità e distribuzione dell’energia solare, le modificazioni nella circolazione atmosferica e oceanica, le variazioni di riflettività della superficie terrestre, l’attività vulcanica e così via.

L’età del ghiaccio raggiunto da Taldice è stimata intorno ai 220.000 anni e sono solo quattro le operazioni che, in passato, hanno ottenuto risultati simili. Oltre all’Italia, paese leader che ha guidato il progetto, a Taldice hanno partecipato Francia, Germania, Regno Unito e Svizzera (a rappresentare il nostro paese sono stati scienziati dell’Enea e delle Università di Milano-Bicocca, Firenze, Venezia, Trieste e Parma).

Ma malgrado questi buoni risultati sono molte le preoccupazione per il futuro. (l.s.)

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