Giorgio Cosmacini
La vita nelle mani. Storia della chirurgia
Laterza, 2003
pp.238 euro 22,00
La medicina è stata per secoli arte libresca, intellettuale, cultura tramandata nelle scuole da maestri sapienti, che la cura della persona inscrivevano in una più ampia cornice filosofica. La chirurgia, è invece per lungo tempo rimasta in disparte, lavoro manuale che sporca le mani e il corpo, provocando dolore e – spesso – infezioni mortali. Una manifattura poco stimata dal medico che scrutando i segni della malattia ne carpisce la causa e ne intuisce la cura. La storia della chirurgia dunque non è esattamente sovrapponibile alla storia della medicina: storia di gesti la prima, storia soprattutto di idee la seconda. La divisione è però vera soprattutto nell’era cristiana, e ancor di più nel Medioevo. Prima, la medicina egizia e poi ancora quella greca avevano codificato interventi ossei, non solo post mortem. In età medievale, tuttavia, è noto che barbieri e chirurghi fossero tutt’uno, e che lo studio dell’anatomia sia stato ripreso solo a partire dal Rinascimento. Da allora è stato un fiorire di scuole e tecniche, riportando la medicina a stretto contatto con il corpo umano e la sua dimensione corporea, reale. Va comunque sottolineato come la chirurgia sia la disciplina localista per eccellenza, laddove molte correnti mediche presumevano di dover curare la persona nella sua interezza, e in accordo a principi più generali che governano la natura. Il risultato di ciò è una sorta di sfiducia nei confronti della chirurgia, ancora oggi presente.Giorgio Cosmacini è ormai un autore “collaudato”. Le sue passeggiate storiche nella medicina, soprattutto italiana, riempiono scaffali interi delle biblioteche e delle librerie (è uscito da poco anche un suo altro volume sulla sanità pubblica Milano), raccontando con penna lieve e sapienza medica storie che provengono da un passato anche non molto lontano. La chirurgia ha infatti fatto passi da gigante nell’ultimo secolo. In precedenza la grande rivoluzione nell’arte operatoria era stata l’introduzione dell’anestesia (all’inizio del XIX secolo, quell’Ottocento che altri hanno definito “il secolo della chirurgia”), seguita di pari passo, anche se con maggiori difficoltà, dalla diffusione delle pratiche di disinfezione preoperatoria. Ma ciò di cui ha beneficiato tutta la medicina nel Novecento ha aiutato in notevole misura anche la chirurgia. Antibiotici efficaci, la diagnostica per immagini, lo sviluppo dell’immunologia (e quindi anche della chirurgia dei trapianti), sono tutte evoluzioni decisive perché il chirurgo sia in grado di operare in modo preciso e soprattutto sicuro. Nella seconda metà del Novecento, poi, radiochirurgia, tecniche endoscopiche e in generale tutta la microchirurgia non invasiva hanno aperto nuove possibilità terapeutiche che rendono – o almeno dovrebbero rendere – minime le lesioni per i pazienti. Come è ovvio, le poco più di 300 pagine del volume non hanno pretese di completezza, né può essere soddisfacente l’analisi storica. Tuttavia, come già per gli altri libri dello stesso autore, emerge appieno la passione per la missione del medico, ancor di più per il chirurgo che ha – davvero – la vita del paziente nelle proprie mani.





