Un Belpaese fragile fragile

Otto morti al mese. E’ il prezzo in vite umane del dissesto idrogeologico in Italia dal dopoguerra al 1990. Una storia di tragedie che non accenna a fermarsi, e già costata allo Stato 33 mila miliardi di lire. Per fare fronte a questa perenne emergenza, il governo ha appena licenziato un decreto legge, con un finanziamento da 1300 miliardi. Ma le amministrazioni locali protestano. E intanto l’Italia continua a sbriciolarsi

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Otto morti al mese. E’ il prezzo in vite umane del dissesto idrogeologico in Italia dal dopoguerra al 1990. In totale 3188 vittime, per circa 3000 alluvioni e 5500 frane, distribuite su un’area di circa 194.500 chilometri quadrati che copre il 65 per cento del territorio nazionale. Una storia di tragedie costata allo Stato 33 mila miliardi di lire. E dal ‘90 al ‘97 altre 388 vite umane, senza contare gli oltre duecento morti dell’ultima catastrofe campana, sono state travolte dal fango. Per far fronte all’emergenza, e pianificare il futuro, il Governo ha appena varato un decreto legge, che però non sembra avere vita facile.

L’Italia è insomma un paese ad alto rischio idrogeologico. Ciò nonostante, osserva Pietro De Paola, presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, “il Servizio Geologico Nazionale ha stanziamenti finanziari che non consentono nemmeno le trasferte del personale. E la scarsa considerazione in cui è tenuto è dimostrata dal balletto di competenze a cui è stato sottoposto: nel corso del tempo è passato dal ministero dell’Industria a quello dell’Ambiente, per poi approdare alla presidenza del Consiglio dei ministri. E ora è di nuovo in discussione”.

Eppure il rischio idrogeologico è il più diffuso rispetto agli altri. “L’Italia offre un panorama molto vario della pericolosità geonaturale”, spiega De Paola. E questa è anche dovuta alla densità demografica del nostro paese: più il territorio è urbanizzato, più la pericolosità sale. Nel nostro paese, la diffusa pericolosità naturale si combina con una densa distribuzione abitativa”.

Ciononostante la popolazione resta inconsapevole dei rischi ambientali. Spiega Ezio Galante, responsabile del Cesi, il Centro situazioni del dipartimento della Protezione Civile: “le caratteristiche del suolo, strutturalmente fragile, non sono adatte all’abitudine tutta italiana di costruire in qualsiasi posto senza preoccuparsi della sicurezza del sito prescelto. E invece, gli eventi naturali sono ciclici, e si manifestano nei luoghi dove sono già avvenuti. Dove c’è stato il terremoto, ci saranno altri eventi sismici. Così, dove c’è stata un’alluvione o una frana è molto probabile, se non certo, che ve ne saranno altre”. E ciò che è accaduto recentemente in Campania rispecchia proprio questa dinamica. “Nel corso degli ultimi anni – osserva De Paola – abbiamo registrato tante frane con la stessa meccanica. La frana di Palma Campania, non molto distante da Sarno, negli anni Ottanta aveva prodotto una colata identica a quella del maggio scorso”.

Purtroppo, lamentano i geologi, domina ancora una visione del territorio come entità statica, mentre questo evolve continuamente verso nuovi equilibri. E nessuno ne regolamenta l’uso. Le esigenze di sviluppo socioeconomico dovrebbero essere armonizzate con la pericolosità naturale. Ma sul piano amministrativo la situazione è tale che è impossibile individuare un’unica responsabilità. La vera piaga è l’abitudine di costruire le abitazioni eludendo le leggi urbanistiche, in modo precario e non idoneo. Solo in Campania si contano migliaia di abusi edilizi. Ma un sindaco, in base alla legge, può decidere l’abbattimento delle case abusive. “Questo è un secondo grado di responsabilità”, continua De Paola, “ma l’incuria, l’omissione di atti di ufficio, l’insensibilità al problema si ritrovano a tutti i livelli: persino al ministero dell’Ambiente, che pure avrebbe l’autorità per di impedire certe costruzioni o far demolire edifici deturpanti. Per anni abbiamo assistito a continue catene di omissioni”. “Il problema di fondo – aggiunge Galante – è che le Regioni e i Comuni non dovrebbero approvare piani regolatori senza vincolarli ai rischi incombenti sul territorio. Gli strumenti normativi e scientifici, come le carte del rischio, non mancano. Il problema è che non vengono tenuti nel debito conto ”.

Cosa si può fare, allora, per prevenire i disastri e le tragedie? “Servono strutture locali di sorveglianza e di monitoraggio – risponde De Paola – come le comunità montane o consorzi di comuni. E poi sarebbero necessari piani di evacuazione, messi a punto anche con il coinvolgimento della popolazione, che altrimenti li vive come delle imposizioni. Per questo c’è bisogno di un’opera di prevenzione precisa, capillare. Purtroppo, per circa cinquant’anni non si è fatto nulla in tal senso. Oggi raccogliamo i frutti di questa incuria”.


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