Un convegno di Pace

Lo scorso aprile a Yerevan si è tenuto un incontro sul tema della memoria, l’Ararat Memory Meeting. Un evento scientifico di alto livello con un importante valore simbolico e politico. I partecipanti, infatti, erano studenti turchi, armeni, georgiani, russi e iraniani. Organizzatore Alessandro Treves, docente di Basi neurali dell’apprendimento presso la Scuola di Studi Superiori Avanzati di Trieste, che abbiamo intervistato. 

Professor Treves, come è nata l’idea di organizzare un meeting in Armenia?
L’idea è stata frutto di una serie di eventi succedutisi a partire dall’estate del 2007: la mia presenza, quasi fortuita, a un convegno di astrofisica, proprio in Armenia, che è stata l’occasione per conoscere questa terra molto bella ma martoriata; la morte a Gerusalemme del mio supervisore della tesi di dottorato, Daniel Amit, e infine la mail di un amico iraniano nella quale mi raccontava di come la lettura proprio di un testo di Amit, in prigione a Tehran, lo avesse avvicinato allo studio delle reti neurali. Allora mi è venuta l’idea che sarebbe stato bello organizzare un incontro in memoria di Daniel Amit in un posto dove potessero partecipare anche coloro, come gli amici  iraniani, che non possono visitare Israele. Ci sono voluti più di due anni ma alla fine ci siamo riusciti.

Come mai tanto tempo?
Soprattutto perché non sono granché portato alla “caccia ai finanziamenti”, ma anche perché volevamo che l’incontro avvenisse con l’approvazione e sotto l’egida della Federazione Europea delle Società di Neuroscienze, che ci ha messo del tempo ma poi ha dato un supporto convinto. Col finanziamento principale, della Fondazione Volkswagen, e con l’aiuto anche dell’EBBS, la Società Europea di studi su Cervello e Comportamento, abbiamo potuto pagare il soggiorno a tutti e il viaggio a tutti gli studenti che non potevano permetterselo. Nel frattempo, di convegni in memoria di Daniel Amit ne erano stati fatti già diversi, e non volevamo ripeterci. Abbiamo invece sentito viva l’urgenza di mettere a confronto approcci diversi allo studio della memoria.

Quali?
Tutti quelli utili a capire come funziona la memoria, dalla classica neuropsicologia, lo studio dei pazienti cerebrolesi, all’imaging e alla psicologia sperimentale con soggetti umani, passando per le analisi comportamentali e farmacologiche e soprattutto la registrazione dell’attività dei neuroni in modelli animali, fino allo studio di modelli matematici e alle simulazioni al calcolatore. Alla grande diversità scientifica ha corrisposto una grande pluralità di provenienze geografiche e culturali, con un implicito accento sul dialogo scientifico come ponte al di sopra dei conflitti tra stati. A cominciare dai miei due coorganizzatori, l’armeno Avetis Sadoyan e il turco Onur Güntürkün.

Cosa è emerso dal convegno?
Soprattutto il fatto che è necessaria una migliore comunicazione nella comunità scientifica e che c’è bisogno di mettere a confronto gli approcci diversi più di quanto si faccia normalmente in questi incontri. Purtroppo le ricerche al di fuori dei circuiti consueti sono spesso trascurate o hanno comunque meno risonanza mediatica, anche quando sono particolarmente perspicaci o creative. Per esempio, abbiamo scoperto che il fenomeno tempo della cosiddetta “riconsolidazione” della memoria a lungo termine – ovvero che richiamare alla mente i ricordi li rimette in una condizione di instabilità e possono essere perduti o riconsolidati – che ha suscitato grande attenzione negli ultimi dieci anni, sull’onda di studi di ricercatori newyorkesi, era sto invece “scoperto” da alcuni ricercatori russi anni anni prima.

E dal punto di vista umano, invece, quale pensa sia stato il risultato dell’incontro?
Dopo un inizio piuttosto prudente e circospetto l’atmosfera è diventata presto molto amichevole e direi affettuosa. La svolta c’è stata il secondo giorno quando una studentessa turca ha chiesto di poter andare a visitare il memoriale delle vittime del genocidio armeno. Io non lo avevo previsto nel programma per delicatezza, non volevo che fosse visto come un’imposizione. Invece praticamente tutti sono voluti andare. La visita è stata un’esperienza molto forte per i ragazzi, soprattutto quelli turchi, perché ricorda le atrocità che il popolo armeno ha subito. E’ stato un gesto simbolicamente molto significativo. Da allora l’attenzione reciproca è andata trasformandosi in amicizia; alla fine i ragazzi si sono fusi tra loro con affetto e reciproco rispetto, e l’ultima sera fra canti e balli e scambi di foto e di regali l’atmosfera era quasi quella di una gita scolastica. Considero questo come il risultato principale del convegno: la comunità scientifica vive di relazioni personali tra gli scienziati.

Sono previsti eventi simili nel prossimo futuro?
I partecipanti turchi vorrebbero invitarci tutti a Instanbul l’anno prossimo e anche gli iraniani vorrebbero poter organizzare qualcosa, sempre che la situazione politica nel loro paese, veramente complicata, evolva in modo da poterci accogliere tutti nell’antica Persia. Se ci riusciamo, il mio sogno nel cassetto per l’incontro successivo sarebbe poi Babilonia.

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