Un film racconta il sogno del Maestro dei Poliedri

“Multa sunt corpora lateribus constituta, quae in sperico corpore locari queunt, ita ut eorum sperae superficiem omnes contingunt. Verum quinque ex eis tantummodo sunt regularia: hoc est, quae aequales bases habent et latera”. Così inizia il trattato di Piero della Francesca De quinque corporibus regolaribus, scritto nella seconda parte del XV secolo. Parla dei solidi regolari dello spazio Piero, riprendendo l’idea platonica dei solidi alla base della struttura dell’Universo. Non si può non ricordare Piero per parlare di Lucio Saffaro, morto nel 1998. Aveva un grande sogno, Saffaro: superare il numero cinque dei solidi platonici, dei semiregolari, dei catalani, diminuendone le richieste di regolarità. Sogno da matematico e da artista. Era entrambi.

Non è un caso che all’inizio del suo articolo “Dai cinque poliedri platonici all’infinito” (Annuario della scienza e della tecnica, Mondadori 1976), in cui è affrontato il problema delle proprietà geometriche e prospettiche dei cinque solidi regolari, Saffaro abbia inserito quelle frasi di Piero. Ma era ancora più profondo il legame tra il grande artista e matematico del Rinascimento e Saffaro.

Saffaro era prima di tutto un artista, un artista della geometria nel solco dei grandi del Rinascimento. Un artista che ha dipinto poliedri con colori grigi, gialli, azzurri. Non era un pittore dell’astratto-geometrico: quei solidi sono l’universo molto concreto – reale – in cui Saffaro ha vagato per tutta la vita d’artista, raccontando il suo viaggio verso l’infinito e la perfezione. Ha scritto Renato Barilli nel catalogo della mostra antologica del 2004: “Era un grande affabulatore, in cui tutto quel repertorio apparentemente asettico di schemi geometrici in realtà nel suo uso funziona come una serie di nuclei di storie mirabili, pronte ad allacciarsi tra loro per il nostro diletto”. Un universo astratto in cui l’emozione trattenuta, quasi volutamente raggelata, riemerge con eleganza. Visitatori da un altro mondo in cui le regole le fissa l’artista creatore. L’universo di Saffaro è il mondo della luce, del colore primario, della geometrica perfezione; un platonismo Rinascimentale in cui non si deve riconoscere l’artefice. Ed amava molto la matematica che veniva scoprendo nelle sue investigazioni scientifiche. Solo in piccola parte quelle sue scoperte geometriche diventeranno opere d’arte, se questa distinzione nel caso di Saffaro ha un senso. Matematica ed arte, arte e matematica erano per l’artista un solo universo, da trattare con linguaggi formali magari diversi, ma entrambi essenziali nella sua ricerca dell’infinito.

“La pittura di Saffaro”, scriveva Sergio Los nel catalogo di una mostra allestita nel 1991, “pone due questioni: se Saffaro sia pittore o matematico e, ammesso che sia pittore, se la sua pittura appartenga all’astrattismo oppure alla figurazione (la sua matematica, infatti, difficilmente potrebbe essere figurativa). La prima questione, assai intrigante, ripropone una disputa antica nella quale errare è inevitabile. Ma con Saffaro essa è ancora più difficile: la pittura dovrebbe essere il discorso la cui storia sarebbe la matematica, egli, infatti, usa un linguaggio/discorso pittorico per descrivere dei fatti/storie matematici. Saffaro dipinge in modo figurativo, realistico, personaggi e ambienti matematici”. Pittore o matematico, dunque? Risponde Los: “Superando, come propone Wittgenstein, l’entificazione della matematica e integrandola nei sistemi comunicativi di una determinata cultura… dobbiamo sostituire la questione ‘cosa è arte?’ con l’altra ‘quando è arte?’ La matematica quando usata nelle storie narrate dalla pittura di Saffaro è arte, quando la impiega un ingegnere per calcolare la freccia di un architrave è scienza”.

Aveva fatto una straordinaria scoperta scientifica Saffaro. Era attribuita a Keplero (1619) la scoperta di un nuovo solido, il dodecaedro stellato, un dodecaedro su ognuna delle cui facce è applicata una piramide regolare. Tuttavia, l’immagine di quel solido, realizzata a mosaico, compare già sul pavimento della Basilica di San Marco a Venezia: è attribuita a Paolo Uccello, che l’avrebbe realizzata mentre si trovava in quella città nel 1425-30. Della presenza del solido stellato si accorse Saffaro nel 1970, e gli parve incredibile che nessun matematico lo avesse considerato prima. (L’immagine del dodecaedro stellato è divenuta famosa nel 1986 perché è stata scelta – su indicazione dello stesso Saffaro – come simbolo della Biennale d’Arte di Venezia.)

Non solo. Nel 1985 i chimici Harold Kroto, Robert Curl e Richard Smalley scoprirono una nuova molecola. Si trattava di un allotropo del carbonio (i più noti sono il diamante e la grafite). Sono molecole composte solo di carbonio, che prendono la forma di una sfera cava. La più comune è quella denominata C60, la cui struttura assomiglia a quella di un pallone da calcio con facce che sono esagoni e pentagoni regolari: forma descritta secoli prima da Luca Pacioli e disegnata da Leonardo da Vinci nel De divina proportione. Alla nuova molecola fu dato il nome di buckminsterfullerene perché la sua forma è molto simile a quella delle cupole geodesiche inventate dall’architetto USA Buckminster Fuller. Nel 1996 il premio Nobel per la chimica venne assegnato ai tre ricercatori. Ma senza essere a conoscenza della scoperta della molecola, qualche anno prima, Saffaro già aveva disegnato forme simili (e fu invitato a parlarne al primo convegno internazionale in cui si parlò del buckminsterfullerene).

Alla Biennale dell’86 Saffaro presenta il “Poliedro M2” e “La disputa ciclica”, formata da 360 triangoli. Il poliedro che chiamò M2 è costituito di soli triangoli equilateri – precisamente 240 – che si incontrano nei vertici 4 a 4, 10 a 10, 12 a 12. Saffaro, oltre ai due dipinti tradizionali, presentava una famiglia di poliedri stellati – del tipo cioè di quelli realizzati da Paolo Uccello sul pavimento di San Marco – ottenuti con operazioni algebriche realizzate in animazione computerizzata. In questo modo Saffaro è riuscito a costruire forme che non si sarebbero potute ottenere altrimenti. Una delle forme più interessanti è quella composta dall’intersezione di cento icosaedri; alla fine compaiono sullo schermo del computer delle forme pentagonali, che l’autore stesso non poteva prevedere.
Non era solo pittore, disegnatore, matematico. Era anche poeta, scrittore, molto spesso editore di se stesso. Con una produzione sterminate di opere brevi e più complesse, alcuen delle quali non pubblicate prima della sua morte.

Come dice Barilli, Saffero era un grande affabulatore, un raccontatore di storie e di magie. Non poteva non usare anche le parole per le sue storie. Tanto ha scritto nella sua vita, e tantissimi hanno scritto su di lui, da Giulio Carlo Argan a Renato Barilli a Maurizio Calvesi a Giovanni Caradente a Filiberto Menna a Arturo Carlo Quintavalle a Bruno Zevi. Aveva chiesto che una fondazione si occupasse del suo lascito artistico e letterario. Dopo la sua morte, nel 1998, è stata pubblicata la “Disputa cometofantica” da Luca Sossella. A “La Disputa ciclica” Saffaro lavorerà sino al 1985; quelle numerate da I a VI (sino al 1976) le pubblicò in proprio con le Edizioni di Paradoxos, casa editrice da lui stesso inventata. La Disputa ciclica del 1971 terminava con le parole: “Elessero il numero e nel divario della costanza posero l’auspicio privilegiato della coincidenza”. E “La Disputa ciclica” s’intitolava il già ricordato grande dipinto presentato alla Biennale dell’86…

Scriveva Longo a proposito dei “Sei tomi dell’io” (Sintesi, Bologna, 1996): “D’un tratto nel turgore progressivo della narrazione irrompe la logica, con una serie di proposizioni teorematiche vuote di contenuto ma piene di contenuto altro, com’è tipico della poesia di Saffaro. La perfezione d’impronta matematica comincia ad incarnarsi in vari stili e ritmi: narrativo, profetico, allegorico”. Concludeva Saffaro (pensando ai suoi dipinti?): “Queste permutazioni, in numero sempre maggiore, mai però in grado di superare l’altezza del tempo, finivano con il rappresentarsi in configurazioni astratte di suprema eleganza, austeri reticolati dorati e risplendenti contro lo sfondo oscuro dell’inconoscibile. Tali intrecci complessi, inafferrabili ricami logici, erano altresì la prova costituita dall’inafferrabile sostanza dell’infinito”. Io e infinito, “L’ermetico afflato delle catene dell’infinito, la fine dei termini della fine dell’Io”. La solitudine.

Flavio Ermini ha osservato che “si tratta di accedere, attraverso la nominazione e la numerazione, al passato che non è stato vissuto e che non può definirsi correttamente passato ma rimane in qualche modo presente”. Tutto è numerato, ma non tutto è numerabile. “47. L’emblema della solitudine va nascosto tra le più riposte variazioni dell’attesa… 54. La perfezione della solitudine è un giuoco ricamato di attese, consumato sull’orlo di una compiacente malinconia”. I numeri, la logica, la sola speranza o la vera solitudine? E al numero 66.426: “la misura degli affetti fu destinata a una cava sottomarina, onde nessuno potesse mai ritrovarla”. E ancora, al 208.568.928: “Sui confini del nulla scopersi alfine che il nulla non esisteva”. Fino a quel grido finale, 360.720.1079: “Nominatemi sempre”.

Scrivevo in occasione della mostra antologica alla Galleria di arte moderna e contemporanea Villa Franceschi di Riccione: “Certo si possono vedere i suoi quadri, i disegni, le incisioni, leggere le sue tante scritture. Ma a chi ha avuto la fortuna di conoscerlo bene mancherà la sua persona, gentile, appassionata, tenace, talentuosa. Speriamo che cominci sul serio a mancare alla cultura italiana.” Ed un segnale è arrivato. Gisella Vismara ha avuto l’idea di far realizzare un film su Lucio Saffaro, chiedendo testimonianze ad amici, storici dell’arte, critici, matematici. Un film che è stato realizzato dal regista Giosuè Boetto Cohen per RAI Educational – Magazzini Einstein, con il titolo “Lucio Saffaro. Le forme del pensiero”. Con inserti tratti da filmati mai visti della vita di Saffaro e brani dai documentari realizzati negli anni Ottanta su Matematica e arte. Ha collaborato alla realizzazione il CINECA di Bologna, ove negli anni Ottanta Saffaro realizzò in animazione computerizzata alcune sue intuizioni poliedriche difficili da dipingere a mano. Tra i primi artisti ad usare in modo creativo la grafica computerizzata. Il film viene presentato oggi giovedì 27 febbraio alle ore 17.30 presso il Museo della Storia di Bologna.

Credits immagine: Lucio Saffaro, Ritratto di Keplero, 1967  © Fondazione Saffaro

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