Nella sua semplicità, il detto popolare nasconde una verità scientifica: canta che ti passa, si diceva. Ebbene, la ricerca ha oggi confermato con dati, studi clinici e tecniche di imaging quanto cantare faccia bene al cervello, al cuore, ai polmoni, al sistema immunitario, per non parlare dell’umore. E cantare insieme – in un coro, in un gruppo, in una comunità – moltiplica questi benefici in modo importante.
Il cervello in concerto

Lo conferma il M° Roberto Maggio, musicista, direttore di coro e presidente dell’Associazione Nazionale Direttori di Coro Italiani, che Galileo ha incontrato in occasione di una masterclass di canto corale organizzata a Roma dal Coro Mercato Trieste: cantare accende il cervello, dice Maggio, perché coinvolge aree più ampie rispetto a quelle attivate dal semplice linguaggio parlato, visto che mette in gioco contemporaneamente i circuiti uditivi, motori e della memoria, insieme a quelli che governano le emozioni.
Che il canto faccia bene al cervello lo mostra per esempio lo studio condotto da Nella Moisseinen, ricercatrice all’Università di Helsinki, che ha pubblicato le sue scoperte su Human Brain Mapping. Cantare in coro – dice Moisseinen – è associato non solo al benessere soggettivo, ma anche a migliori funzioni cognitive e a cambiamenti positivi nella struttura cerebrale lungo tutto l’arco dell’esistenza. I benefici? Meno sintomi depressivi, migliore qualità della vita, e una maggiore capacità di mantenere attive le capacità comunicative e la memoria, soprattutto negli anziani.
Il canto stimola anche la neuroplasticità, cioè la capacità del cervello di riorganizzarsi e creare nuove reti neuronali. Perché richiede attenzione continua al ritmo, implica la lettura di un testo e contemporaneamente la ricerca dell’intonazione, e – quando si canta senza spartito – attiva la memoria verbale e musicale: tutte funzioni che tengono il cervello in allenamento, rendendo il canto un potente alleato contro il declino cognitivo.
Una palestra per il cuore
Gli effetti del canto non si fermano al cervello, ma scendono fino al cuore. Diversi studi hanno infatti dimostrato come cantare migliori la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna. Uno dei meccanismi alla base di questo effetto è l’attivazione del nervo vago, che regola il battito e la respirazione. “Quest’ultimo aspetto nel canto è fondamentale, perché comporta un certo impegno”, conferma Maggio: nel canto, infatti, la presa d’aria non deve partire dal movimento del petto o delle spalle, ma dall’azione sul diaframma, che fa espandere la cassa toracica e permette ai polmoni di riempirsi meglio. Cambia dunque la postura, si mettono in gioco muscoli diversi, e anche respirare diventa esercizio di consapevolezza. Il battito cardiaco diventa più controllato, producendo effetti benefici sulla pressione. Compito del direttore del coro, aggiunge Maggio, è insegnare a respirare insieme: “Prendere fiato all’unisono è una disciplina collettiva che diventa, al tempo stesso, un esercizio fisico di precisione”. L’espirazione prolungata e controllata richiesta dal canto, poi, rilascia endorfine, i neurotrasmettitori legati al piacere, al benessere e alla soppressione del dolore.
Il sistema immunitario e la speranza
Uno degli effetti più sorprendenti del canto corale riguarda però il sistema immunitario. Cantare per un’ora, come rivela uno studio del Tenovus Cancer Care Centre in collaborazione con il Royal College of Music di Londra, aumenta i livelli di citochine, proteine prodotte dal sistema immunitario. Ma è proprio il cantare insieme che provoca i maggiori effetti benefici sull’organismo, più che il semplice ascolto passivo della musica: uno studio mostra che i coristi mostrano livelli più elevati di immunoglobulina A, un anticorpo che aiuta a contrastare le infezioni. Ascoltare musica senza cantare riduce gli ormoni dello stress, ma non stimola allo stesso modo il sistema immunitario.
Maggio porta questo ragionamento fino alle sue conseguenze più profonde: “Ci sono malati oncologici che devono affrontare situazioni di grande difficoltà. A loro si chiede di non perdere mai la speranza. Ebbene, la musica mette in moto degli aspetti fisiologici che aiutano le difese dell’organismo, che reagisce in modo più positivo”. L’umore incide infatti sul sistema immunitario attraverso l’asse psiconeuroimmunologico, e il canto – abbassando i livelli di cortisolo e aumentando quelli di endorfine e ossitocina – crea le condizioni biochimiche per una risposta immunitaria più efficiente.
La magia del canto corale
L’ultimo, ma non meno importante effetto del canto corale è quello della socialità: basta un’ora di canto insieme per stabilire legami importanti con persone sconosciute. “Cantare insieme – continua Maggio – significa condividere un’idea, un progetto. Una condivisione di intenti che allena il cervello a non pensare sempre al peggio, a cogliere l’aspetto positivo anche in una situazione negativa. E poi, cantare insieme significa incontrare persone ed evitare la solitudine”. Un antidoto alla depressione e all’isolamento sociale che ha spinto la ricerca ad esplorare i benefici del canto corale su malati oncologici, su chi ha subito un ictus, su chi è colpito da Parkinson o demenza. Perché, oltre a ridurre il senso di isolamento dei malati cronici, offre la possibilità di concentrarsi su ciò che il corpo ancora sa fare, anziché su quello che ha perduto.
Foto di David Beale su Unsplash





