L’Etna non è, come si sente spesso dire, un gigante buono. E la Cintura di fuoco del Pacifico non è un unico sistema vulcanico interconnesso. Come tutto ciò che esercita grande fascinazione e sfugge completamente al nostro controllo, i vulcani sono spesso oggetto di falsi miti e bufale, che al giorno d’oggi si diffondono in rete con una velocità senza precedenti. Come sottolinea un team di ricercatori internazionale, che sulle pagine del Journal of Applied Volcanology ha identificato convinzioni errate sui vulcani radicate nella popolazione, bastano imprecisioni comunicative, immagini scambiate o generate con l’Intelligenza artificiale per trasformare anche piccoli eventi in allarmi ingiustificati. Distinguere i fatti scientifici dalle fake news è dunque diventata una sfida cruciale per la sicurezza pubblica e per la corretta percezione del rischio vulcanico.
I 18 falsi miti sui vulcani
Da dove iniziare per scardinare le false credenze? Analizzando 7 casi studio a livello mondiale (Monte Agung, Bali, Indonesia; Etna, Sicilia, Italia; Kīlauea, Hawaii, Stati Uniti; Tajogaite, La Palma, Spagna; La Soufrière, St. Vincent, Caraibi; Vulcani Taal, Filippine; Caldera di Yellowstone, Stati Uniti), la ricerca, a cui ha collaborato anche l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), ha individuato 18 convinzioni errate sui vulcani che toccano 6 grandi categorie: dalla sismologia vulcanica al rapporto tra vulcani e cambiamento climatico, dalle strutture magmatiche ai pericoli reali rappresentati dai vulcani, dalle scale temporali di attività fino all’uso di immagini fuorvianti o addirittura ingannevoli. Per fare degli esempi, secondo gli autori è radicata l’idea che un terremoto tettonico scateni quasi subito un’eruzione in un vulcano vicino, quando in realtà le interazioni a breve termine sono molto rare e complesse. Se si parla di vulcani e clima, poi, si passa da un estremo all’altro: da una parte c’è la credenza che le eruzioni esplosive abbiano un effetto raffreddante tale da invertire il cambiamento climatico (l’effetto dei solfati in atmosfera dura solo pochi anni), dall’altra che siano proprio le emissioni di anidride carbonica vulcanica a guidare l’aumento delle temperature globali (spoiler: le emissioni vulcaniche annue equivalgono a meno del 2% di quelle antropiche).
Etna, il gigante buono. Davvero?
Uno dei protagonisti della ricerca è proprio di casa nostra. L’Etna, spiegano gli scienziati, è spesso definito il “gigante buono” o il “vulcano gentile” – soprannomi che trovano origine nella storia recente, in cui la sua attività è stata dominata da eruzioni prevalentemente effusive e con esplosività moderata, con colate laviche che avanzano in genere lentamente, consentendo alla popolazione di mettersi in salvo (sì, anche nel caso della grande eruzione del 1669 per la quale infatti – contrariamente a quanto si creda – non si registrarono vittime). Tuttavia gli studi vulcanologici evidenziano come questa etichetta sia parziale e non descriva pienamente la complessa realtà del vulcano, col rischio di sottostimare i pericoli reali. Basti pensare che dalla fine degli anni ‘70 si è registrato un progressivo cambiamento verso un’attività esplosiva più violenta in corrispondenza dei crateri sommitali. Inoltre, la crescita del Cratere di Sud-Est ha favorito la comparsa di flussi piroclastici, correnti di gas e detriti, finora rari sul vulcano, che possono costituire un rischio reale e concreto per le guide e i turisti che si avventurano ad alta quota. D’altra parte non bisogna cadere nell’eccesso opposto dell’allarmismo mediatico, come è successo il 2 giugno 2025 quando un evento esplosivo (avvenuto in un’area disabitata e durato meno di due minuti) è stato ripreso da turisti in fuga e i filmati circolati sui social hanno scatenato titoli allarmistici su ipotetiche evacuazioni di paesi e pericoli imminenti per la Sicilia.
Ci attendono crolli catastrofici e mega-tsunami?
Un’altra convinzione errata sull’Etna riguarda il supposto crollo imminente del fianco orientale e la generazione di un mega-tsunami. Questa – ricostruiscono gli esperti – deriva da alcuni studi sulle modificazioni del vulcano e sulle modalità di formazione della Valle del Bove che sono stati ripresi dai media in chiave catastrofista, generando allarme tra i residenti. In realtà – chiariscono – la formazione della Valle del Bove è avvenuta attraverso molteplici crolli di minori dimensioni e non esiste alcuna evidenza nei depositi sottomarini di un collasso gigante. La probabilità di un simile evento, dunque, è ritenuta estremamente bassa. Ciononostante, tra i residenti è rimasto il falso timore che l’emissione di cenere o i terremoti siano l’annuncio di un disastroso collasso con tsunami.
Etna chiama Stromboli?
Infondato è anche il detto popolare “L’Etna chiama, Stromboli risponde”, che ipotizza una connessione tra le eruzioni dei due vulcani e addirittura con quelle del Vesuvio. L’assetto geodinamico e le analisi petrologiche, però, escludono qualsiasi collegamento: le sorgenti di magma sono del tutto indipendenti e con caratteristiche molto diverse, con l’Etna che pesca a circa 30 km di profondità, lo Stromboli che è alimentato da una magmaticità di subduzione con sorgente a 200 km di profondità, e il Vesuvio che nasce dalla tettonica distensiva tirrenica con una sorgente magmatica con caratteristiche chimiche differenti a 60 km di profondità.
Attenzione alle immagini
Lo studio ha anche evidenziato il problema dell’utilizzo di immagini fuorvianti che alimentano la disinformazione: più volte – denunciano gli esperti – i media hanno illustrato l’attività dell’Etna o dello Stromboli con foto di altri vulcani (come l’Anak Krakatau in Indonesia) o con filmati alterati dall’intelligenza artificiale. Di fronte a questa tempesta informativa, affidarsi ai bollettini ufficiali degli enti di ricerca rimane l’unico modo per comprendere realmente la vita del nostro vulcano (e non solo) senza cedere ad allarmismi ingiustificati. La nuova ricerca, ha commentato Boris Behncke dell’Ingv, rappresenta proprio questo: “una risorsa sviluppata per aiutare vulcanologi, giornalisti, decisori e pubblico a orientarsi correttamente quando un vulcano entra in eruzione, o anche quando non lo fa”.





