Anche il colesterolo buono può diventare cattivo. Sembra essere questo il messaggio che arriva dall’ultima ricerca sull’Hdl-colesterolo, appunto quello buono. Denominato lo “spazzino” delle arterie, questo tipo di colesterolo mantiene le arterie pulite e riduce il rischio di patologie cardiovascolari. A patto però che i suoi livelli nel sangue oscillino fra i 40 e i 45 milligrammi per decilitro. Lo hanno stabilito i ricercatori dell’Istituto di scienze farmacologiche dell’Università di Milano, a conclusione di uno studio clinico coordinato dal professor Guido Franceschini. I risultati della ricerca, presentati al Centro di cultura scientifica “Ettore Majorana” di Erice, hanno evidenziato l’esistenza di una correlazione inversa tra concentrazione plasmatica di Hdl e incidenza di malattie cardiovascolari. “Oltre questi valori”, spiega Laura Calabresi, una delle ricercatrici che ha lavorato allo studio, “un innalzamento dei livelli di Hdl non produce un aumento della capacità del siero di promuovere efflusso di colesterolo”.
Cerchiamo allora di capire qual è il ruolo cruciale svolto dall’Hdl nel trasporto inverso del colesterolo, il processo responsabile cioè della rimozione del colesterolo dai tessuti periferici, inclusa la parete arteriosa. La prima tappa consiste nella rimozione del colesterolo in eccesso nella parete dei vasi sanguigni. Questo avviene attraverso due meccanismi che coinvolgono apolipoproteine, particolari proteine che si legano con i lipidi, e fosfolipidi. Studiando proprio questi processi lo studio milanese ha evidenziato che “l’aumento della concentrazione di Hdl può riflettere la presenza di particelle non funzionali, con accumulo di lipide nella parete arteriosa e paradossale aumento del rischio cardiovascolare”. La ricerca ha infine dimostrato che Hdl o apolipoproteine iperfunzionali, pur presenti in concentrazione ridotta, possono rimuovere efficacemente il colesterolo in eccesso dalla parete vasale, prevenendo l’insorgenza di eventi coronarici acuti. In sostanza, meglio poco che troppo.
Ma anche troppo poco non va bene. Il confronto dei numerosi studi clinici in materia, effettuato a Erice, dimostra che un soggetto con un livello di Hdl inferiore a 35 mg/dl corre un rischio quattro volte maggiore di incorrere in una cardiopatia ischemica. Purtroppo, regolare il livello dello Hdl non è un’impresa facile: mancano farmaci specifici. Allo stato attuale, i principi attivi che sembrano influire sui livelli dello Hdl sono quelli impiegati per ridurre i tassi dei trigliceridi. “Abbiamo visto”, spiega Maurizio Fonda, clinico medico all’Università di Trieste, “che i farmaci impiegati per abbassare i trigliceridi aumentano, nel contempo, i livelli di Hdl”. Uno studio clinico condotto dall’ateneo triestino dimostra che circa il 10 per cento della popolazione (il test ha interessato mille abitanti di Trieste di età compresa fra i 25 e i 65 anni) ha valori di Hdl molto bassi: inferiori a 35 mg/dl. Interessante il confronto con un analogo screening eseguito a carico di soggetti infartuati: anche in presenza di colesterolemia normale, ben il 45 per cento dei pazienti ha un livello di Hdl inferiore a 35 mg/dl. “I risultati degli studi condotti su questi pazienti”, afferma Fonda, “dimostrano che nel rischio cardiovascolare è più pericoloso avere un livello basso di Hdl rispetto a uno alto di colesterolemia”. In altre parole, anche in presenza di un livello di colesterolo normale, la carenza degli “spazzini” (Hdl) contribuirà a mantenere le arterie sporche; viceversa, un elevato livello di colesterolo, associato ad un numero adeguato di “spazzini” (Hdl) contribuirà a tenere le arterie più pulite.





