Mario MenichellaA caccia di E.T.Avverbi, 2002pp. 345, euro 14,00“I mondi abitati sono infiniti, sia quelli uguali al nostro, sia quelli diversi”. Chi ha pensato, leggendo queste parole, a Ray Bradbury, ad Arthur C. Clarke oppure a qualche altro ispirato autore di fantascienza dovrà ricredersi: la frase invece è di Epicuro e risale al quarto secolo prima di Cristo. Almeno a quell’epoca si può ricondurre l’intuizione che l’universo possa essere popolato di altre creature viventi e intelligenti. Un’intuizione che la scienza prende sul serio, come racconta con rigore e approfondimento scientifico Mario Menichella, astrofisico e divulgatore scientifico. Che dimostra come questo tema abbia dei risvolti interessanti sia sul piano teorico che su quello tecnologico – niente a che fare con la superstizione di chi dichiara dogmaticamente di “credere negli extraterrestri”. Già nell’Ottocento il grande matematico Carl Friedrich Gauss proponeva di renderci visibili ai “seleniti” (gli ipotetici abitanti della luna) tagliando gli alberi delle foreste in modo da tracciare un messaggio visibile dal cielo. Nel nostro secolo scienziati del calibro di Freeman Dyson e Carl Sagan hanno proposto tecniche meno ingenue per captare e inviare segnali. In tempi più recenti la ricerca in questo campo si è organizzata sotto il nome di Seti (Search for extra terrestrial intelligence). La scienza contemporanea offre infatti numerosi elementi per sospettare che la vita non sia una casualità comparsa esclusivamente sul nostro pianeta. In primo luogo le osservazioni sulla panspermia, ovvero l’abbondanza di molecole organiche – i mattoni della vita – nelle nebulose interstellari e nel ghiaccio delle comete. In secondo luogo la teoria dell’autorganizzazione del vivente, secondo la quale la vita sarebbe una proprietà della materia che emerge spontaneamente quando quest’ultima supera un dato livello di complessità. Che la vita extraterrestre ci sia, dunque, sembrerebbe facile crederlo. Scoprire dove sia, è un altro paio di maniche. Ammesso che esista una civiltà sviluppata più o meno come la nostra, che scelga come la nostra di spedire nello spazio onde elettromagnetiche per rivelare al sua presenza, dove dovremmo puntare i radiotelescopi per rivelarle? E come indovinare l’istante di emissione? E la frequenza del segnale? Sono davvero troppi i parametri e la nostra tecnologia non è ancora in grado di esplorane tutti i valori. Dunque si deve procedere cercando le soluzioni più ragionevoli, provando a mettersi nei panni degli extraterrestri, concentrandosi sui sistemi stellari simili al sistema solare oppure osservando le frequenze intorno a quella dell’idrogeno, l’elemento più comune nell’universo. Seguendo questo ragionamento, Menichella espone tante altre possibili vie da percorrere. Arrivando a quelle più fantasiose come – per fare un esempio – quella dei “viaggi multigenerazionali”, che porterebbero a esplorare lo spazio lontano i pronipoti degli astronauti partiti dalla Terra. Riflessioni che fanno di questo libro una sorta di manuale per giudicare la qualità scientifica dei racconti di fantascienza. Soprattutto perché il testo distingue fra le speculazioni razionali e le semplici fantasticherie, come i rapimenti alieni, i dischi volanti e i cerchi nel grano che imperversano sugli schermi televisivi. E in più ha un altro pregio: quello di illustrare come Seti possa essere una “scusa” per sviluppare tecnologie innovative e strumenti teorici d’avanguardia. Per esempio l’idea di calcolo distribuito, sperimentata con Seti at home (un salvaschermo che analizza i dati dei radiotelescopi) è una generalizzazione della fondamentale trasformazione matematica di Fourier.





