Che cosa c’entra il commercio di armi con le banche? C’entra molto: 1,3 miliardi di Euro per l’esattezza. È l’ammontare delle operazioni di esportazioni di armi per cui, nel 2004, il governo italiano ha autorizzato gli istituti di credito a fare da partner bancario. E molti di quei soldi venivano da paesi che violano i diritti umani. L’intreccio tra armi e risparmi sarà al centro del convegno “Cambiare è possibile. Dalle banche armate alla responsabilità sociale”, che si svolgerà sabato 14 gennaio a Roma. Organizzato da Nigrizia, Mosaico di Pace e Pax Christi, promotrici della Campagna di pressione alle Banche Armate, in collaborazione con l’Associazione Finanza Etica (Afe), l’incontro è la prima occasione per fare il punto sui risultati raggiunti dalla campagna a sei anni dal suo lancio.Se infatti la sensibilità di una parte degli istituti di credito è cresciuta, il problema non è del tutto risolto.
“Le banche armate sono quelle che appoggiano il commercio di armi”, spiega Giorgio Beretta, responsabile della campagna. “Ad ogni vendita, cioè, la ditta produttrice indica al Ministero competente l’istituto di credito sul quale vuole ricevere il pagamento. Che poi prende per l’operazione delle ‘commesse di intermediazione’, che variano dal 3 al 10 per cento”. Fin qui nulla di nuovo. Questi movimenti, infatti, sono certificati nella Relazione 2005 della Presidenza del Consiglio sull’export di armi presentata ogni marzo. “Ma credere che quella ditta non sia cliente della banca e che quando ha bisogno di un credito preferenziale non si rivolga a quell’istituto è al limite dell’atto di fede”, aggiunge Beretta. Secondo l’analisi dei sei anni di campagna, che Beretta presenterà al convegno, dal 2000 cinque istituti di credito italiani (Capitalia, S. Paolo Imi, Bnl, Banca Intesa e Unicredit) si sono aggiudicati da soli ben il 75 per cento di tutte le operazioni autorizzate dal Ministero delle Finanze. Con delle differenze però tra il triennio 1999-2001 e il 2002-2004. Mentre nel primo periodo emergevano Unicredit, Capitalia e Banca Intesa, nel secondo la fanno da padrone Capitalia, San Paolo Imi e Bnl.Il gruppo Capitalia passa da poco più di 613 milioni del primo triennio ai 724 milioni del secondo e si aggiudica nell’ultimo anno ben 107 autorizzazioni per oltre 396 milioni di euro.
Tra i destinatari delle esportazioni pagate su conti di questa banca ci sono paesi come Cina (verso la quale persiste l’embargo da parte dell’Ue), Taiwan, India e Pakistan, Kuwait, Malaysia. “San Paolo Imi qualche anno fa aveva solo una piccola parte. Ora invece, nonostante si sia dotata di un codice etico che limiterebbe la sua attività alle sole operazioni destinate a paesi dell’Unione Europea o della Nato e comunque caratterizzate da finalità di difesa o sicurezza, passa da 148 milioni del primo triennio ai 538 del triennio 2002-2004, 366 dei quali solo nel 2004”, spiega Beretta. Con valori inferiori, si legge nell’analisi, anche Banca Nazionale del Lavoro accresce nell’ultimo triennio il proprio share, portandolo dall’8,8 per cento del 1999-01 al 10,5 per cento. Si sta ‘disarmando’ invece Unicredit: nel triennio 1999-2001 disponeva di un terzo delle autorizzazioni rilasciate dal Ministero dell’Economia per oltre 806 milioni di euro, mentre nel 2002-2004 ha ridotto la propria partecipazione al 5,7 per cento. Anche la consistenza delle operazioni di banca Intesa passa dal 18,5 per cento al 6,7, con un’ulteriore riduzione nel 2004: solo 23,3 milioni di euro contro i quasi 190 milioni del 1999.
Esce definitivamente dal commercio delle armi il Gruppo Monte dei Paschi di Siena. “La campagna è nata per responsabilizzare i correntisti sull’appoggio delle banche al commercio armi”, continua Beretta. “E alcune banche hanno risposto bene. Banca Intesa da marzo 2004 ha deciso di darsi una più stretta regolamentazione e ancor prima, nel dicembre 2000, Unicredit si era impegnata a non assumere più nuovi contratti di questo tipo, ma solo a concludere quelli presi in precedenza”. Non tutti però sono convinti dell’utilità della campagna. Secondo il governo i suoi effetti sarebbero controproducenti. Nella Relazione 2005, infatti, si legge che la decisione di “buona parte degli istituti bancari nazionali di dotarsi di politiche di responsabilità sociale d’impresa avrebbe comportato difficoltà tali per le industrie del settore da costringerle ad operare con banche straniere”. Niente di più sbagliato, spiega Beretta. “Le banche estere vedono accrescere il valore delle autorizzazioni rilasciate nel 2004 ma si tratta di maxi-commesse effettuate da alcuni paesi dell’Unione Europea negli ultimi anni. Ed è dovuto anche al fatto che le operazioni più a rischio vengono ora affidate dalle industrie a istituti esteri. Il nostro obiettivo è fare in modo che le banche si preoccupino della questione e siano trasparenti. Per questo proponiamo che le banche si dotino di comitati etici, composti da esperti di finanza etica, di export di armi e di problemi nei paesi in via di sviluppo”.





