Barbara Giolito
Intelligenza artificiale. Una guida filosofica
Carocci 2007, pp. 137, euro 13,00
Qualcuno, scherzando un po’, ha affermato che la prova dell’esistenza di Dio sta nel fatto che nessuno è ancora riuscito a creare un sistema di intelligenza artificiale davvero funzionante. Beh, come prova ontologica questa non è che valga molto, a dire il vero: è però vero che l’intelligenza artificiale sembra un’araba fenice. A ogni decennio, più o meno, qualcuno afferma che la soluzione è dietro l’angolo, salvo poi scoprire di trovarsi all’interno di un labirinto. Indubbiamente, da quando negli anni Cinquanta un traduttore automatico inglese-russo-inglese convertì la frase “Lo spirito è forte, ma la carne è debole” in “La vodka è buona, ma la bistecca è troppo cotta” sono stati compiuti degli enormi progressi; ma anche i sistemi attuali di traduzione automatica spesso prendono lucciole per lanterne.
Un problema ulteriore è forse che quando si parla di “intelligenza artificiale” si intende tutto e il contrario di tutto, e pertanto non è nemmeno facile orizzontarsi tra le mille branche in cui si è divisa, con ricercatori provenienti dai più disparati campi che spesso non conoscono i colleghi che stanno lavorando sullo stesso tema. Il libro di Barbara Giolito vuole colmare questa lacuna, e soprattutto lo vuole fare da un punto di vista a prima vista paradossale: quello filosofico. In effetti, partendo dalla sua condivisibilie definizione di intelligenza artificiale come “l’insieme di studi che tentano l’analisi, il chiarimento e la simulazione delle facoltà mentali riproducendo le stesse attraverso dispositivi di natura informatica”, si nota subito come i calcolatori siano solamente un mezzo, e i dubbi di base siano di natura prettamente filosofica… anche se non del tipo classico che si studia a scuola.
Il testo racconta un po’ di storia dell’intelligenza artificale, partendo dai fondamenti teorici come l’algebra di Boole e le macchine di Turing, per arrivare a una carrellata di esperimenti compiuti, negli ultimi cinquant’anni, nei campi della percezione, della robotica, della “vita artificiale” intesa come interazione con l’ambiente, e dei modelli connessionisti, con o senza reti neurali. La panoramica è abbastanza ampia, anche se con alcune lacune: non tanto il non avere parlato di sistemi esperti, che sono ormai considerati piuttosto border-line, quanto la mancanza di accenni agli studi cognitivisti, il cui punto di vista “l’intelligenza si ottiene quando si riesce a raggiungere una massa sufficiente di correlazioni” ha sicuramente un certo interesse filosofico, anche se i risultati ottenuti non sono stati all’altezza delle aspettative.
Se si vuole fare un appunto a questo libro è che non mantiene le premesse del suo sottotitolo: mi sarei aspettato una parte molto più ampia di discussioni filosofiche sui vari approcci all’intelligenza artificiale, le considerazioni che ho letto sono piuttosto generiche. Insomma, più che “una guida filosofica” è “una guida per filosofi”, nel senso che sono loro a essere il target cui è indirizzato il libro: fortunatamente questo non significa affatto che sia incomprensibile per chi filosofo non è.





