Alzheimer, nuove ipotesi sulle cause della malattia

Nei malati di Alzheimer sono maggiori le "perdite" della barriera emato-encefalica, che protegge il cervello. La beta-amiloide potrebbe essere prodotta a scopo difensivo

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La ricerca sull’Alzheimer è sempre viva. Due studi pubblicati recentemente provano a far luce sulle possibili cause scatenanti la malattia, ancora non del tutto comprese. Nel primo, pubblicato su Radiology, i ricercatori hanno osservato come, in pazienti affetti da Alzheimer precoce, la barriera emato-encefalica presentasse delle perdite, non svolgendo efficacemente il suo lavoro di protezione del cervello. Il secondo studio, pubblicato su Science Translational Medicine, mostra invece come un meccanismo difensivo del cervello possa rivelarsi un’arma a doppio taglio. Infatti, in caso di attacco di microbi, viene prodotto il peptide beta-amiloide, il cui accumulo è collegato al morbo di Alzheimer. Ma cerchiamo di capire perché entrambi gli studi potrebbero aiutarci a capire una malattia ancora in gran parte misteriosa.

La barriera emato-encefalica è una struttura che separa il tessuto cerebrale dal sangue, allo scopo di proteggere il cervello da sostanze nocive. Proprio per questo è molto selettiva, lasciando passare solo le sostanze necessarie. Sfruttando la tecnica dell’imaging a risonanza magnetica, i ricercatori hanno analizzato le perdite presenti nella barriera emato-encefalica di 33 persone, 16 delle quali affette da Alzheimer precoce; le altre erano invece dei controllo sani. Le persone affette da Alzheimer hanno mostrato un tasso di perdite più altro rispetto al gruppo di controllo e le perdite erano diffuse in tutto il telencefalo, la porzione più estesa del cervello. In particolare, la materia grigia, corteccia cerebrale compresa, presentavano una percentuale di perdite significativamente più alta rispetto ai soggetti sani.

“Le perdite nella barriera emato-encefalica significano che il cervello ha perso i mezzi con cui proteggersi” ha detto Walter H. Backes, uno dei ricercatori coinvolti. “Questo può portare a delle disfunzioni”. Infatti, i ricercatori hanno evidenziato una relazione tra l’estensione di perdite nella barriera emato-encefalica ed il declino delle abilità cognitive, ipotizzando che una compromissione della barriera può essere parte delle cause che portano all’instaurarsi dell’Alzheimer precoce, portando nel tempo a sintomi come la demenza.

Se da una parte abbiamo visto come il cervello possa diventare più vulnerabile, cosa succede quando è sotto attacco, e come possono questi attacchi portare all’Alzheimer? Una risposta potrebbe arrivare dallo studio su Science Translational Medicine, che si è concentrato sul peptide beta-amiloide. È noto infatti che, nel cervello di soggetti con Alzheimer, si formano placche, accumuli del peptide, che altera le comunicazioni tra le sinapsi.

“Il peptide ha un ruolo nel nostro organismo o è solo dannoso?” si sono chiesti Rudolph Tanzi e colleghi. A fare propendere per la prima opzione c’è anche il fatto che le sequenze genetiche alla base del beta-amiloide umano sono molto diffuse tra i vertebrati, anche più antichi, facendo supporre che, essendosi conservato a lungo durante l’evoluzione, il suo ruolo sia importante.

Da studi precedenti, i ricercatori avevano scoperto che il peptide ha un ruolo antimicrobico e hanno voluto quindi testare se questo valesse anche all’interno del cervello. Per farlo, hanno iniettato dei batteri nel cervello di alcuni topi, osservando che, in una sola notte, si erano formate delle placche di beta-amiloide. “Osservando le placche, si nota che ognuna contiene un solo batterio” ha continuato Tanzi “Quindi, un singolo batterio può indurre la formazione di un’intera placca in una sola notte”.

Quindi, lo studio sembra indicare che le placche siano una risposta difensiva del cervello contro i microbi che sono riusciti a superare la barriera emato-encefalica. Una volta sventata la minaccia, però, se le placche non vengono rimosse possono portare a infiammazioni, fino alla morte dei neuroni e quindi l’avanzare dell’Alzheimer.

Saranno necessari ulteriori sforzi per capire al meglio questo meccanismo, ma già individuare quali siano i patogeni coinvolti potrà servire a sviluppare appositi antibiotici, potendo potenzialmente aiutare a prevenire il corso della malattia.

Riferimenti: Radiology Doi: 10.1148/radiol.2016152244, Science Translational Medicine Doi: 10.1126/scitranslmed.aaf1059

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