Il "miracolo di Beni", la bambina sopravvissuta a ebola

bambina sopravvissuta
(Credits: MONUSCO/Alain Coulibaly via Flickr/CC)

È diventato famoso come il “miracolo di Beni” o “Il giovane miracolo” il caso della piccola Benedicte, la bambina che ha ricevuto una diagnosi di ebola a soli sei giorni di vita e che è riuscita a combattere e vincere il virus. Lo stesso di cui soffriva la sua mamma, morta durante il parto. La bambina sopravvissuta a ebola, Benedicte, ora ha un mese e mezzo ed è la più piccola paziente ad aver vinto il virus tornato da mesi ormai nella Repubblica Democratica del Congo per la seconda più grande epidemia che la storia ricordi e che conta più di un terzo dei casi tra i bambini.

Il “Miracolo di Beni” , la bambina sopravvissuta al virus

Beni è un centro della provincia del North Kivu, la zona più colpita per numero di casi e vittime legate al virus, il cui bilancio totale (e provvisorio) ha superato i 500 casi tra e oltre 300 vittime tra probabili e confermati. Un caso su dieci, ricorda l’Unicef, è tra i bambini con meno di cinque anni e sono oltre 400 quelli rimasti orfani a causa dell’epidemia o abbondanti per via del virus. “I bambini stanno pagando a caro prezzo questa epidemia – sia quelli che hanno perso parenti o chi si occupava di loro sia quelli che sono stati infettati – commentava solo qualche giorno Marie-Pierre Poirier, direttore regionale per l’Africa centrale e occidentale dell’Unicef – Ecco perché deve essere un imperativo mettere i bambini al centro della risposta a ebola”. Soprattutto considerando i pericoli della malattia nei più piccoli: il rischio di morte nei bambini a causa del virus è più alto rispetto agli adulti e quanto più velocemente un bimbo riceve il trattamento tanto maggiori sono le sue probabilità di sopravvivere. Così è stato per la piccola Benedicte. Presa in cura nel centro di trattamento per ebola di Beni a soli sei giorni ha ricevuto cure e assistenza 24 ore su 24 per settimane, fino a migliorare al punto da essere dimessa.

Sopravvivere a ebola

Benedicte, la bambina sopravvissuta a ebola, è oggi una delle circa 10 mila persone che hanno vinto la malattia. La gran parte di queste sono quelle che sono riuscite a sopravvivere alla peggiore epidemia della storia del virus, quella che interessò l’Africa occidentale tra il 2014-2016, grazie sia alla qualità e tempestività delle cure fornite che alle caratteristiche del sistema immunitario dei pazienti (più di 11 mila invece furono le vittime). Generalmente queste persone non sviluppano di nuovo la malattia ma non è chiaro se diventano immuni a vita, né se possano essere colpiti da ceppi diversi del virus di ebola, ricordano gli americani Cdc.

Ebola ha un tasso di fatalità variabile: mediamente intorno al 50% può oscillare tra il 25% e il 90%. Sopravvivere al virus non significa però smettere di farci in qualche modo i conti, e questo non solo per il rischio di diffusione legato alla persistenza di ebola nel liquido seminale. Dopo aver superato la fase acuta infatti possono comparire una serie di sequele più o meno gravi, come problemi muscolari, mal di testa, stanchezza, problemi alla vista, infiammazione al pericardio, problemi di memoria, di udito. Per questo l’Oms nel 2016, terminata l’epidemia in Africa Occidentale, aveva rilasciato un documento ad hoc che funzionasse da linee guida per la gestione dei sopravvissuti al virus.

La situazione rimane critica

Il caso della bambina sopravvissuta a ebola alimenta l’entusiasmo che è possibile combattere e battere la malattia; non racconta però tutta la storia, anzi. Ebola nella Repubblica Democratica del Congo preoccupa da tempo gli esperti, sia per il pericolo di diffusione oltre i confini sia per la situazione critica in cui versa il paese. Il clima di diffidenza verso le cure, lo scetticismo nei confronti della vaccinazione ad anello (l’arma in più, rispetto al passato, disponibile oggi per cercare di arginare l’epidemia, accanto all’avvio di sperimentazioni per nuovi regimi di trattamento) e il rischio di diffusione del virus all’interno di zone controllate da gruppi armati hanno segnato il corso dell’epidemia. Un “contesto spietato”, lo chiama l’Organizzazione mondiale della sanità, sottolineando anche le scarse pratiche di prevenzione e controllo dei centri sanitari pubblici e privati. Una situazione preoccupante, caratterizzata dalla segnalazione, in media, di una trentina di casi in settimana, e dall’incombenza di altri rischi sanitari, come quello della malaria, poliomielite e colera.

Credits immagine di copertina: MONUSCO/Alain Coulibaly via Flickr/CC

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