Basse frequenze,alte incertezze

Le linee elettriche sono una minaccia per la salute umana? La vicinanza a un distributore dell’alta tensione accresce il rischio di tumori? Domande a cui gli scienziati cercano da anni di dare una risposta. Invano. Perché gli studi finora condotti portano a risultati contrapposti e incompleti. Generando una grande confusione in un’opinione pubblica sempre più allarmata. E mentre l’Unione europea si appresta ad approvare una “raccomandazione” per la tutela da questi rischi, l’Italia è vicina all’approvazione della prima legge in materia. Ma l’Organizzazione mondiale della sanità invita alla cautela

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Una legge contro l’elettrosmog: è quella presentata in questi giorni in Italia, e che il Consiglio dei Ministri vorrebbe approvare entro la fine del 1998. Se così fosse, il nostro paese sarebbe il secondo in Europa, dopo la Germania, ad aver legiferato sull’inquinamento elettromagnetico. Si tratta del cosiddetto “pacchetto elettrosmog”, un insieme di misure per difendere la popolazione dal rischio prodotto da elettrodotti, ripetitori radio e tv, cellulari ed anche elettrodomestici comuni, come phon o rasoi. Nel frattempo anche l’Unione europea sta per emanare una “raccomandazione” per la tutela dai rischi dell’inquinamento elettromagnetico. Scontrandosi, inutile dirlo, con l’opposizione delle aziende elettriche, ritenute le principali responsabili della diffusione di questo nemico invisibile, che corre lungo i fili dell’elettricità.

Riusciranno questi tentativi di regolamentazione a placare l’ansia di chi si sente assediato dall’intreccio invisibile di campi elettromagnetici? Difficile a dirsi, visto che in questo campo mancano dati certi e inequivocabili. Come del resto è emerso al convegno “Effetti sulla salute dei campi elettromagnetici generati da linee elettriche: evidenze scientifiche ed implicazioni per le politiche di sanità pubblica”, svoltosi nei giorni scorsi a Roma e organizzato dal Centro europeo ambiente e salute dell’Organizzazione mondiale della sanità.

La domanda tormenta la comunità scientifica ormai da anni: l’elettrosmog, ovvero l’alterazione del fondo elettromagnetico naturale di un determinato luogo o ambiente, è davvero dannoso per la salute di chi ci vive? I risultati di dieci anni di studi appaiono contraddittori e lacunosi, soprattutto per gli effetti a lunga scadenza dell’esposizione. C’è chi intravede dietro questa situazione la “longa manus” dei produttori di energia elettrica, di apparecchi o sistemi per le telecomunicazioni, poco interessati, per evidenti ragioni, a mettere sotto accusa i campi elettromagnetici generati da elettrodotti, trasmettitori e elettrodomestici. Ma c’è anche chi, dopo la pubblicazione nel luglio scorso sul “New England Journal of Medicine” di uno studio che non ha riscontrato “nessuna associazione statisticamente significativa tra esposizione a campi elettromagnetici di intensità pari 0,2 micro tesla e l’insorgenza della leucemia linfoblastica nei bambini”, vorrebbe liquidare la questione una volta per tutte. Andando così oltre le conclusioni, molto più caute, degli stessi autori dello studio, che in definitiva non se la sono sentita di escludere “la possibilità di un piccolo incremento del rischio” per esposizioni prolungate a campi magnetici elevati, come rilevato da altri studi in passato.

Insomma, da un punto di vista scientifico la situazione non è affatto chiara. E questo alimenta timori e allarmismi nei cittadini che si sentono minacciati da questa misteriosa presenza invisibile, ma resa palpabile dal proliferare di antenne e ripetitori su tutto il territorio, e dalla diffusione nelle case e nei luoghi di lavoro di elettrodomestici e apparecchi ad alta tecnologia. Preoccupazioni legittime, del resto, soprattutto se si pensa al “principio cautelativo” stabilito dall’Onu, secondo il quale non si deve attendere che la scienza dimostri (a posteriori) gli effetti nocivi dell’esposizione ad agenti sospetti per stabilire limiti di assoluta sicurezza per l’essere umano. Anche se il rischio è soltanto ipotetico.

Tuttavia dal convegno romano, che ha messo a confronto le testimonianze di ricercatori, ambientalisti, politici e produttori di energia, qualche dato è emerso. Uno studio presentato da Martino Grandolfo, dell’Istituto Superiore di Sanità, sui rischi da esposizione a inquinamento elettromagnetico causato dagli elettrodotti (campi di 50 Hz), suggerisce che su circa 400 casi annui di leucemia infantile (da 0 a 14 anni) in Italia tre siano imputabili a questo tipo di elettrosmog, che determinerebbe un decesso sui 177 morti all’anno per questo tipo di tumore. I ricercatori hanno tenuto sotto osservazione 300 mila italiani che vivono vicino a linee elettriche ad alta tensione (132 kv o più) e sottoposti a un’esposizione superiore ai 0,2 microtesla. E inoltre, si sono avvalsi delle stime del rischio offerte dalla letteratura internazionale. Tre casi di leucemia, ha commentato Roberto Bertollini, direttore del Centro europeo ambiente e salute dell’Oms, “è un dato certamente da non sottovalutare, ma che è ragionevole mettere in debita scala rispetto ad altre emergenze ambientali che hanno effetti sanitari negativi decisamente più importanti”. Come per esempio il radon, un gas radioattivo che si trova naturalmente in alcuni territori di formazione vulcanica, e il benzene, ingrediente dell’inquinamento da idrocarburi. “I casi di tumore attribuibili al radon sottolinea Bertollini sono in Italia ogni anno tra i 1.600 e i 6.400, seconda causa dopo il fumo, le leucemie associabili al benzene tra 16 e 275 ”. Ma nella percezione della gente la classifica è invertita e al primo posto per pericolosità si piazza inspiegabilmente l’inquinamento elettromagnetico.

In Italia i piani di risanamento anti-elettrosmog, secondo i calcoli fatti sulla base della normativa precedente, si dovrebbero aggirare attorno ai 20 mila miliardi di lire. “Cosa può e deve fare un paese di fronte all’incertezza delle conclusioni scientifiche e al livello di rischio finora accertato da un lato e gli alti costi richiesti dagli eventuali interventi dall’altro?”, si chiede Bertollini. “Il problema più urgente è allora verificare quanto le attuali conoscenze sull’argomento consentano di stabilire in maniera razionale e adeguata interventi di sanità pubblica e politiche ambientali che rischiano invece di essere dettate dall’emotività del momento”.

In attesa che nuovi studi a lungo termine forniscano le certezze tanto attese, una legge potrebbe frenare i facili allarmismi e placare gli animi? Il disegno di legge illustrato al convegno romano dal sottosegretario all’Ambiente, Valerio Calzolaio, regolamenta “gli impianti, sistemi e apparecchiature per usi civili e militari e delle forze di polizia, che possano comportare esposizione di lavoratori e della popolazione a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici con frequenze comprese tra 0 Hz e 300 GHz”. Un intervallo di frequenza in cui “sono tra l’altro comprese sorgenti quali gli elettrodotti, le stazioni radiobase per telefonia mobile, i radar, gli impianti fissi per emittenza televisiva”. Si tratta in sostanza di una legge quadro che stabilisce alcuni punti essenziali, come ad esempio cosa si debba intendere per limiti di base di esposizione, livelli di riferimento e valori di attenzione.

L’articolo 3 definisce i concetti di campo elettrico, magnetico, elettromagnetico, frequenza, e così via, per evitare ambiguità e difficoltà di interpretazione di studi futuri. Un altro articolo stabilisce le competenze dello Stato e i meccanismi per individuare i valori massimi di esposizione. E’ anche prevista l’istituzione di un catasto delle sorgenti fisse e dei territori interessati, mentre spetterà alle Regioni formulare piani di localizzazione dell’emittenza radiotelevisiva e di risanamento ambientale. Sono anche previste sanzioni pecuniarie da reinvestire nelle operazioni di bonifica. Particolare attenzione è inoltre riservata alla necessità di approfondire le conoscenze scientifiche in materia, convogliando su questi studi anche finanziamenti europei. Il disegno di legge non trascura l’importanza delle campagne di informazione e i problemi paesaggistici. L’articolo 6 dispone infatti che la costruzione o la modifica di impianti in aree soggette a vincoli di varia natura avvenga nel pieno rispetto delle leggi.


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