Non sappiamo se con il caldo le infezioni da coronavirus diminuiranno

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(Credits immagine: JillWellington via Pixabay)

Checché ne dica Donald Trump, è troppo presto per affermare che la Covid-19 sparirà da sola con l’aumento delle temperature. Un messaggio pericoloso, che generando convinzioni infondate potrebbe far sottovalutare la minaccia rappresentata dal nuovo coronavirus. C’è ancora infatti tantissima incertezza sul comportamento di questo patogeno, sostengono i maggiori esperti mondiali. Possiamo sperare che Sars-Cov-2 sia un virus stagionale, ma dato che non lo sappiamo affidarci alla bella stagione non è davvero la strategia più valida.

Cerchiamo di fare chiarezza.

Gli studi sulla stagionalità

L’idea che la diffusione di Sars-Cov-2 possa rallentare o addirittura estinguersi con l’approssimarsi dell’estate non è completamente campata per aria. Tanti virus – i raffreddori o l’influenza – sono caratterizzati da quella che gli scienziati chiamano stagionalità: l’epidemia ha il picco nei mesi invernali e poi scema.

Da cosa dipende questo andamento? Ci sono diverse probabili risposte, formulate soprattutto grazie a studi sui virus influenzali.

Ci sono ricerche che hanno analizzato in che modo le condizioni ambientali incidono sui virus, sulla loro integrità e stabilità. Uno studio del 2007, per esempio, concludeva che le temperature e l’umidità elevate (tipiche della stagione calda) impediscono al virus dell’influenza di diffondersi perché le goccioline di saliva espulse con gli starnuti e i colpi di tosse non riescono a viaggiare in un mezzo (l’aria) carico d’acqua: diventano subito pesanti e cadono a terra.

Il freddo, invece, fa diminuire l’umidità dell’aria compromettendo anche la funzione del muco presente nel naso e che ha proprio lo scopo di difenderci da agenti potenzialmente pericolosi, che siano polveri, pollini o patogeni. Se l’aria è secca, il muco è meno appiccicoso e dunque meno efficiente.

Un altro fattore fisico tipico della bella stagione che può ridurre la possibilità dei virus di infettare gli organismi viventi è la luce solare, che appunto è più abbondante in estate. I raggi Uv, infatti, hanno la capacità di rompere gli acidi nucleici (dna e rna). Insomma, sterilizzano.

Infine, il meteo cambia le nostre abitudini. Quando le condizioni meteorologiche sono avverse le persone tendono a raggrupparsi in luoghi chiusi: stando tutti più vicini il rischio che un infetto contagi gli altri aumenta. E proprio i maggiori contatti, la diminuzione della distanza, la promiscuità di spazi e risorse sono forse i fattori che più incidono nella diffusione delle infezioni. Se alle nostre latitudini infatti la stagione influenzale coincide coi mesi freddi, nelle regioni tropicali la malattia ha il suo picco durante la stagione delle piogge.

Covid-19 è ancora un mistero

Delle basi scientifiche quindi ci sono. Ma sono sufficienti per credere nella stagionalità di Sars-Cov-2? La risposta è no. Non lo sappiamo.

Gli studi sulla stagionalità fatti sui virus influenzali già in passato non hanno fornito indicazioni affidabili per i coronavirus. Per esempio i coronavirus responsabili di affezioni respiratorie lievi (raffreddori) che circolano normalmente tra gli esseri umani rispettano abbastanza le regole della stagionalità. Ma se prendiamo in considerazione Sars e Mers, che sono molto più simili dal punto di vista genetico al nuovo coronavirus, ci ritroviamo di nuovo nell’incertezza.

Il virus della Sars (che condivide oltre il 90% del genoma con Sars-Cov-2) ha cominciato a diffondersi nel novembre 2002 e effettivamente l’epidemia si è estinta nel luglio successivo. Ancora oggi però non sappiamo quanto la stagionalità della Sars sia stata dovuta all’arrivo del caldo, agli interventi di contenimento, alle caratteristiche del virus.

Il coronavirus della Mers, invece, ha iniziato a diffondersi in Arabia Saudita nel settembre 2012 ed è ancora in circolazione (con casi sporadici), sebbene il clima medio-orientale sia più caldo del nostro.

Sul sito dei Centers for diseases control and prevention statunitensi si legge: “Non è ancora noto se il tempo e la temperatura influiscano sulla diffusione di Covid-19. Alcuni virus, come il raffreddore e l’influenza, si diffondono di più durante i mesi freddi, ma ciò non significa che sia impossibile ammalarsi per questi virus durante altri mesi. Al momento, non è noto se la diffusione di Covid-19 diminuirà quando il clima diventerà più caldo. C’è molto altro da scoprire sulla trasmissibilità, la gravità e altre caratteristiche associate a Covid-19 e le indagini sono in corso”.

Insomma, far circolare ipotesi e speranze come se fossero verità assodate – sostengono gli esperti – non è una buona idea. Fare previsioni senza prove potrebbe dare un falso senso di sicurezza, che potrebbe portare a sottovalutare la minaccia del nuovo coronavirus. Quello che bisogna continuare a fare, invece, è puntare sulle azioni di contenimento e mitigazione.

Via: Wired.it

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