Caulerpa taxifolia, l’inarrestabile intrusa

caulerpa taxifolia
Krzysztof Ziarnek, Kenraiz / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)

E’ una bell’alga verde utilizzata negli acquari di mezzo mondo per dare risalto ai colori dei pesci tropicali. A vederla così, la Caulerpa taxifolia, alga alloctona dei tropici, desta solo ammirazione. Ma da una decina di anni è diventata una minaccia alla biodiversità del Mediterraneo. E la sua avanzata sembra inarrestabile. L’ultimo censimento indica più di 13 mila ettari di fondali invasi da quest’alga, il triplo di quanto rilevato nel 1998, e segnala il suo arrivo anche in Sardegna, nel Golfo degli Aranci. Insomma, dal suo primo avvistamento nelle acque del Mediterraneo, nel 1984, l’alga si è diffusa dappertutto, dalla costa francese alle Baleari, dalla riviera ligure all’arcipelago toscano, dalla costa tirrenica della Calabria allo stretto di Messina. E poi in Croazia e in Tunisia.

La Caulerpa taxifolia mette a serio rischio la biodiversità mediterranea: la varietà che ha invaso i nostri mari è quella selezionata per gli acquari e ha delle caratteristiche, come il gigantismo, la grande densità e la resistenza al freddo, che non si trovano nell’alga che vive nei luoghi di origine. Risultato: nel Mediterraneo l’alga può raggiungere i tre metri di lunghezza e cresce a velocità impressionante, circa due – tre centimetri al giorno, arrivando anche a decuplicare le proprie dimensioni in un anno. Non solo: si adatta bene a tutti gli ambienti, nei porti inquinati come nelle baie salubri, nelle acque basse e in quelle profonde, facendo piazza pulita delle altre specie vegetali. A farne le spese sono soprattutto gli erbari di Poseidonia, culla di diverse forme di vita marina.

“I danni a livello ecologico sono grandi”, ha spiegato Giulia Ceccherelli, ricercatrice presso il Dipartimento di Botanica ed ecologia vegetale dell’Università di Sassari. “Quest’alga ha un’alta abilità competitiva per cui nel giro di poco tempo prevale sulle altre specie. Mentre le alghe del Mediterraneo si sono co-evolute con una serie di predatori che ne hanno tamponato l’abbondanza, quelle alloctone come la Caulerpa taxifolia non hanno nelle nostre acque competitori o predatori validi, per cui la loro diffusione è abnorme”. Essendo ricca di tossine, infatti, la Caulerpa non è gradita dagli erbivori autoctoni. E sono proprio le reti dei pescatori e le ancore delle imbarcazioni i principali veicoli di diffusione dell’alga. Anche una piccola fronda della pianta, trasportata da un fondale all’altro è in grado di attecchire e creare una nuova colonia. Ecco perché in Francia è stato proibito ai pescherecci di buttare l’ancora e di fare pesca a strascico dove è presente la Caulerpa.

Secondo gli esperti, la presenza di quest’alga nei nostri mari non costituisce una minaccia per la salute delle persone che consumano pesce. Le specie che finiscono nei nostri piatti non se ne cibano, e se lo fanno la quantità di tossine presenti nelle loro carni è insignificante. Invece, a lungo andare, potrebbe sorgere un problema economico: “Le reti a strascico sono sempre più piene di Caulerpa che di pesci e forse più in là potrebbe verificarsi una modifica della diversità in specie della fauna ittica nei siti invasi dalla pianta esotica”, dice Ceccherelli.

Ma come è stata affrontata l’invasione della Caulerpa? I tentativi di ignorare il problema sono stati numerosi da parte degli enti competenti. Eppure la comunità scientifica era stata allertata già a metà degli anni Ottanta da Alexandre Meinesz, specialista della vegetazione sottomarina, quando, come ricorda nel libro “L’alga assassina” (Bollati Boringhieri 2001), scoprì quasi per caso, nel mare sottostante il Museo oceanografico di Monaco, una piccolissima colonia di Caulerpa. Ma l’inerzia delle istituzioni nazionali e internazionali ha lasciato che la situazione assumesse proporzioni gigantesche. Rendendo inutili anche i diversi tentativi di frenarne l’avanzata. Si è infatti provato a eradicarla dai fondali e a ricoprirla con teloni per soffocarla. Ma è un lavoro immane, lento e difficoltoso, che forse avrebbe potuto essere efficace all’inizio dell’invasione. Anche l’idea di introdurre un mollusco tropicale (Elisia Subornata) che si ciba solo dell’alga non si è mai concretizzata. Questo antagonista naturale della Caulerpa taxifolia non resiste alle acque fredde e quindi potrebbe ripulire i fondali solo nei mesi estivi. Inoltre, nessun ecologo si assumerebbe la responsabilità di introdurre una nuova specie perché sarebbero imprevedibili le conseguenze su tutta la rete trofica.

“In realtà, in Italia non c’è stata alcuna iniziativa concreta per contrastare l’espansione dell’alga mentre altrove sono stati fatti dei tentativi solo in zone di interesse turistico, come nel Parco nazionale di Port Cros o in Croazia, dove la Caulerpa viene eradicata ogni anno da squadre di subacquei”, spiega la Ceccherelli. In effetti, da quando fu avvistata per la prima volta a Imperia nel 1992, ci fu una grande mobilitazione di club subacquei in tutta Italia e poi alcune università e centri di ricerca (Icram ed Enea) organizzarono convegni, gruppi di studio e censimenti sulla diffusione della Caulerpa. Ma a oggi di concreto non si è potuto fare nulla. In Sardegna, ultima new entry tra i fondali contaminati dall’ospite tropicale, gli amministratori locali si stanno preparando ad affrontare il problema, in collaborazione con l’Università di Sassari, per individuare una soluzione prima che la Caulerpa colonizzi tutti i fondali.

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