La compassione cura e previene il burnout degli operatori

Negli ultimi anni la ricerca sta dettagliando in modo sperimentale il nesso tra compassione ed efficacia dei processi di cura e i meccanismi fisiologici da cui dipende questa relazione. Ecco il punto

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“Una delle qualità fondamentali di chi lavora nelle professioni sanitarie è aver a cuore l’umanità”, scriveva nel 1927 Francis Weld Peabody, docente alla Harvard University, “perché il segreto della cura del paziente è aver a cuore il paziente”.  Aver a cuore il paziente significa essere in grado di accogliere la sua sofferenza, sentirla risuonare in sé emotivamente e attivarsi per cercare di alleviarla: significa cioè avere compassione. Il ruolo fondamentale di questo ateggiamento nella cura è noto empiricamente sin dall’alba della medicina occidentale, ma negli ultimi anni la ricerca sta dettagliando in modo sperimentale il nesso tra compassione ed efficacia dei processi di cura e i meccanismi fisiologici da cui dipende questa relazione.

Un boom di ricerche

Negli ultimi 10 anni, c’è stato un consistente aumento degli interventi basati sulla compassione e finalizzati al trattamento dei disturbi del comportamento. Interrogato il 3 agosto 2018, Pubmed, il database della National Library of Medicine degli Stati Uniti che cataloga tutte le pubblicazioni biomediche del mondo, rende 25.000 lavori sull’argomento. L’incremento degli studi sulla compassione in ambito biomedico si è impennato negli ultimi, passando dai 480 articoli pubblicati nel 2000 ai 1100 nel 2012 e ai 1700 nel 2017.

Sicuramente l’interesse degli studiosi verso questo aspetto della cura rappresenta una delle varie espressioni della attuale tendenza della biomedicina a importare più o meno disinvoltamente dalle medicine non occidentali concetti e pratiche eterodossi, e talora scientificamente inconsistenti o totalmente irrazionali. Tuttavia, la moltiplicazione esponenziale delle ricerche sperimentali e cliniche suggerisce l’esistenza di una base scientifica e di una qualche efficacia clinica di certi aspetti dei processi fisiologici correlati alla compassione; un’efficacia che sembra coerente e interpretabile con alcuni principi e spiegazioni fisiologiche, neuroscientifiche e psicologiche.

Effetti fisiologici e psicologici

Le ricerche infatti sembrano indicare che la compassione può avere diversi benefici fisiologici e psicologici. Può, ad esempio, influenzare l’espressione genica, che rappresenta la base fondamentale dei processi patogenetici delle malattie, soprattutto di quelle cronico-degenerative correlate alla cattive abitudini e agli stili di vita, come il diabete, le malattie cardiovascolari e anche le tossicodipendenze (ad es. Fredrickson et al., 2013).

Alcuni studi sperimentali sembrano dimostrare che la compassione è associata con una maggiore variabilità delle frequenza cardiaca (Rockliff, Gilbert, McEwan, Lightman e Glover, 2008) e con l’attivazione delle aree della corteccia prefrontale (Klimecki, Leiberg, Ricard e Singer, 2014; Weng et al., 2013. Una più ampia variabilità della frequenza cardiaca e una maggiore attivazione della corteccia prefrontale correlano, a loro volta, con funzioni esecutive e di autocontrollo più efficaci. Funzioni esecutive e autocontrollo sono elementi cruciali per la gestione del comportamento e la regolazione dei processi appettivi e impulsivi che possono favorire l’insorgenza di disturbi somatici (come effetto della cattiva alimentazione, della sedentarietà, ad esempio) e comportamentali, come ad esempio l’uso problematico di sostanze.

Per le stesse ragioni, unitamente all’effetto di altri processi neurocognitivi e fisiologici, la compassione migliora la regolazione delle emozioni e di conseguenza la salute mentale, le relazioni interpersonali e il funzionamento sociale. Alla luce di questi significativi benefici, sono stati sviluppati diversi interventi terapeutici e preventivi che mirano a sviluppare le capacità compassionevoli attraverso protocolli o training attualmente al vaglio della valutazione sperimentale.

Definire la compassione

Ma cos’è propriamente la compassione? Nonostante l’esponenziale crescita degli studi sul tema, non esiste ancora una definizione univoca e condivisa nella comunità scientifica. Alcuni studiosi identificano la compassione con un’emozione; altri con un processo motivazionale; altri ancora con un costrutto multidimensionale.

Goetz e collaboratori definiscono specificamente la compassione “come la sensazione che sorge nel percepire la sofferenza di un altro e che motiva un successivo desiderio di aiuto”. Paul Gilbert, che ha sviluppato la terapia focalizzata sulla compassione (CFT), definisce compassione “la sensibilità alla sofferenza di se stessi e degli altri, associata all’impegno a provare a alleviare e prevenire”. Infine, Ghesce Thupten Jinpa, che alla Stanford University ha elaborato il programma Stanford Compassion Cultivation Training, definisce la compassione come un complesso costrutto multidimensionale composto da quattro componenti: (1) una consapevolezza della sofferenza (componente cognitiva); (2) la preoccupazione empatica correlata a essere emotivamente commosso dalla sofferenza percepita (componente affettiva); (3) il desiderio di vedere il sollievo di quella sofferenza(componente intenzionale); e (4) la reattività o prontezza a mettersi in moto per aiutare e alleviare quella sofferenza (componente motivazionale).

Le evidenze scientifiche degli interventi basati sulla compassione

Ad oggi esistono almeno sei interventi empiricamente supportati centrati sullo sviluppo della compassione:

  1. Terapia focalizzata sulla compassione
  2. Mindful Self-Compassion
  3. Compassion Cultivation Training
  4. Cognitively Based Compassion Training
  5. Coltivare Equilibrio emotivo
  6. Meditazione su compassione e amorevolezza.

Tutte e sei i tipi di intervento sono stati sottoposti a valutazioni con studi randomizzati controllati (RCT): la metodologia scientifica standard per la misura dell’efficacia. Gli studi clinici randomizzati sono indagini in cui gli effetti di una nuova terapia su un gruppo di pazienti scelti a caso (in modo random) sono controllati, cioè comparati, con quelli di trattamenti già in uso e con un placebo su un altro gruppo randomizzato di pazienti.

Sino al 2018 c’è stata solo una meta-analisi condotta sulla base compassionevole degli interventi (Kirby et al., 2015), che includevano 23 studi randomizzati controllati (RCT) negli ultimi 10 anni. La meta-analisi è uno studio quantitativo sui dati ottenuti dalla revisione, dal riassunto sistematico di tutte le ricerche sperimentali su un dato argomento. L’intervento più valutato fino ad oggi è la terapia focalizzata sulla compassione (CFT). Per questo descriveremo sinteticamente come si realizza in pratica.

Come funziona la terapia focalizzata sulla compassione

Durante la CFT il terapeuta attua anche un intervento di tipo educativo/informativo, fornendo gli elementi fondamentali per la comprensione dei processi biologici e mentali correlati alle emozioni e ai diversi sistemi affettivi funzionali (lotta e fuga; ricompensa e motivazione, affiliazione e cura). In particolare, ovviamente, la CFT si concentra su questo terzo sistema funzionale, da cui sembrano dipendere l’empatia e la compassione, sui processi fisiologici e mentali attivati dagli atti compassionevoli e sulla cascata di positivi effetti somatici e psicologici che ne derivano.

La CFT propone inoltre una serie di esercizi per sviluppare l’attitudine e i comportamenti compassionevoli. Come illustrato altrove, per effetto della neuroplasticità, la ripetizione di pratiche e l’attivazione di particolari stati psichici tende a rafforzare e a far diventare più efficienti i sistemi nervosi da cui dipendono i comportamenti e i processi mentali attivati. Si veda ad esempio questo post.

È possibile trovare una serie di utili esercizi per coltivare la compassione  in una pubblicazione gratuita curata da Paul Gilbert, psicologo dell’Università di Derby, e fondatore della CFT cliccando qui.

Conclusioni

Gli studi randomizzati, e la meta-analisi sembrano dimostrare che gli interventi basati sulla compassione producono effetti positivi, sebbene moderati, su alcuni disturbi psicologici, sulla sofferenza associata alle malattie somatiche e in generale correlano con una migliore soddisfazione della vita.

Sebbene siano necessarie ulteriori ricerche, lo stato attuale delle evidenze indica potenziali benefici degli interventi basati sulla compassione e suggerisce così il possibile utilizzo nella pratica clinica, nel trattamento di alcuni disturbi.

Al momento non esistono studi specifici sugli effetti nelle dipendenze di interventi terapeutici basati sulla compassione. Dal punto di vista teorico, i risultati dovrebbero essere in linea con quelli già ottenuti con gli altri disturbi del comportamento. In via ipotetica ci si potrebbe aspettare ricadute ancora più interessanti. A causa dello stigma morale che ancora accompagna questa condizione, la vita e il trattamento delle persone con dipendenza sono spesso purtroppo segnate, anche nel contesto di cura, dalla mancanza di empatia, di rapporti compassionevoli, da autocritica, sensi di colpa.

Potenti antidoti a queste criticità potrebbero essere proprio pratiche e esercizi tesi allo sviluppo della compassione, della compassione di sé, sia per i pazienti sia per gli operatori. Ricerche sperimentali stanno infatti dimostrando che coltivare la compassione non ha effetti benefici solo per il paziente ma anche per gli operatori della salute. Il training alla compassione attiva e rinforza il sistema della ricompensa cerebrale e stimola il rilascio di agenti nervosi, come la dopamina, le endorfine, gli endocannabinoidi, che sembrano in grado di mediare la gratificazione e la motivazione, di ridurre lo stress sul lavoro e prevenire il rischio di burnout che minaccia proprio quegli operatori della salute più coinvolti nei processi di cura e più capaci di empatia.

Via: Omni News

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