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Contro il neoliberismo

di
Lorenzo Del Pace

Ha-Joon Chang
Cattivi Samaritani. Il mito del libero mercato e l’economia mondiale
Università Bocconi Editore 2008, pp.268, euro 24,00

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Secondo Ha-Joon Chang, economista di Cambridge ed ex consulente della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, l’opera dei più accesi sostenitori del neoliberismo economico è un fallimento. Le loro teorie, avallate e imposte a numerosi paesi dalla Banca Mondiale e dell’FMI (che assieme al WTO Chang definisce infatti scellerata trinità), non hanno aumentato la ricchezza globale, come prevedevano, ma al contrario hanno reso ricco chi già lo era e impoverito i più disperati, causando disastri economici, fallimenti e crack per oltre trent’anni nelle zone più povere del pianeta. Quelle stesse teorie di cui sono sostenitori sono, per inciso, alla base della colossale bolla speculativa che sta travolgendo le istituzioni finanziarie del mondo intero.

Ma in cosa sbagliano, i cattivi samaritani? Dimenticano la storia, sostiene Chang, e con essa il nesso di causa ed effetto che ha reso nel tempo ricche e sviluppate le nazioni occidentali. Così, tralasciando il fatto che tutti i grandi paesi (dall’Inghilterra agli USA, dal Giappone all’Italia) sono cresciuti principalmente durante imponenti fasi protezioniste delle rispettive economie, i neoliberisti propongono come “medicina” per tutti i paesi poveri il ricorso massiccio e istantaneo a forme di liberismo assoluto. Una medicina amara, una “camicia di forza dorata” che eliminando dazi e vincoli alla proprietà straniera – che impone un rispetto tassativo per copyright e brevetti e annulla ogni per i produttori nazionali – dovrebbe garantire ai paesi che la indossano una certa crescita economica. Ma nella realtà, queste misure hanno portato negli anni a imponenti collassi quasi ogni paese povero che le abbia applicate.

È questo il punto: soltanto un’economia forte e competitiva può, secondo Chang, accettare la sfida di un’economia completamente aperta, come fanno i grandi del mondo. Se a percorrere questa strada è invece un paese ancora non sviluppato, si otterrà solo un impoverimento e una colonizzazione economica da parte dei paesi ricchi. La sua industria interna verrà annientata dai prodotti più avanzati ed economici d’importazione, il libero accesso del capitale straniero significherà perdere il possesso di vaste fette di industria e servizi, e la perdita delle entrate certe dai dazi creerà vistosi ammanchi di bilancio, le cui prime vittime sono di solito sanità e istruzione, proprio i due cardini su cui si potrebbe costruire lo sviluppo di un paese.

Chang, quindi, contesta la metafora del “campo da gioco livellato”, tanto amata dai neoliberisti, per la quale il mercato migliore è quello libero e con poche regole, uguali per tutti. Esiste un mercato del genere? O imporlo a nazioni arretrate non significa piuttosto, come lo stesso Chang provocatoriamente si chiede, mandare a lavorare un bambino di 6 anni “visto che è già in grado di guadagnarsi da mangiare”? Il bambino perderebbe ogni chance di formarsi e accedere in futuro a impieghi ben remunerati. E lo stesso, insiste Chang, accade alle nazioni: imporgli troppo presto il libero mercato vuol dire privarle di ogni possibilità di svilupparsi in futuro in maniera equilibrata e più rapida possibile, condannando i suoi abitanti a povertà e sottosviluppo. Quale la speranza, allora? Che il mondo faccia “un passo indietro”, allontanandosi dal baratro neoliberista, e ricordando invece la straordinaria fase di crescita seguita all’attuazione del Piano Marshall, quando gli USA aiutarono gli altri paesi a svilupparsi. Un nuovo “approccio Marshall” alle economie è quello che serve per cambiare le dinamiche di crescita e povertà nel pianeta.

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