Polmonite e coaguli di sangue, il doppio attacco letale del coronavirus

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(Foto via Pixabay)

I danni causati dal nuovo coronavirus al nostro organismo sono davvero tantissimi. In particolare, tra questi ci sono gli attacchi del virus al cuore, ai vasi sanguigni e al sangue: infatti, i coaguli di sangue, il meccanismo con cui il nostro organismo tenta di fermare un’emorragia, sono una frequente complicanza della Covid-19, tanto che alcuni esperti li considerano una caratteristica chiave di questa malattia. Alcuni studi svolti recentemente hanno suggerito che questi coaguli di sangue compaiono nel 20-30% dei pazienti in condizioni critiche. Inoltre, i ricercatori della Weill Cornell Medicine di New York City hanno osservato nei polmoni e nella pelle di tre pazienti micro-coaguli nei vasi sanguigni più piccoli. “Questo non è quello che ti aspetteresti di vedere in qualcuno che ha una grave infezione”, ha spiegato a Nature l’autore dello studio Jeffrey Laurence. “È davvero insolito, ma potrebbe aiutare a spiegare perché alcune persone hanno l’ossigeno nel sangue estremamente basso e perché la ventilazione meccanica spesso non aiuta”. È come una sorta di doppio attacco da parte del virus, prosegue l’esperto: la polmonite da una parte ostruisce i polmoni con liquido o pus e dall’altra i micro-coaguli impediscono al sangue ossigenato di attraversarli.

Ma perché il nuovo coronavirus causa questi danni circolatori? Sebbene la scienza non sia ancora arrivata ad una risposta definitiva, gli esperti stanno cominciando a formulare alcune ipotesi plausibili per poter finalmente risolvere questo mistero. Una delle possibilità è che il nuovo coronavirus attacchi direttamente le cellule endoteliali che rivestono i vasi sanguigni e che sono ricche dell’ormai famoso recettore Ace2, utilizzato dal virus per entrare nelle cellule polmonari. E ci sono prove del fatto che le cellule endoteliali possano essere infettate: per esempio, i ricercatori dell’ospedale universitario di Zurigo, in Svizzera hanno osservato la presenza del coronavirus nelle cellule endoteliali del tessuto renale. Un’altra possibilità potrebbe essere rappresentata dagli effetti del nuovo coronavirus sul sistema immunitario. In alcuni pazienti, infatti, il virus può generare una risposta immunitaria eccessiva, tramite la tempesta di citochine, e attivare il cosiddetto sistema del complemento, un meccanismo di difesa che stimola la coagulazione del sangue. A detta di alcuni esperti, tuttavia, potrebbero esserci altre cause che entrano in gioco e che non sono specifiche del nuovo coronavirus. I pazienti che vengono ricoverati in ospedale, infatti, possono presentare una serie di fattori di rischio per la coagulazione: il fatto, per esempio, di essere anziani, in sovrappeso, di soffrire di ipertensione o diabete, avere una predisposizione genetica alla coagulazione o assumere farmaci che ne aumentano il rischio.

Sebbene il mistero della coagulazione anomala osservata nei pazienti con la Covid-19 non sia ancora stato svelato, i ricercatori stanno testando nuove terapie che si dimostrino efficaci nel prevenire ed eliminare i coaguli di sangue. Ma i dosaggi, soprattutto per i farmaci che servono a fluidificare il sangue, sono al centro di un acceso dibattito. I ricercatori della Mount Sinai School of Medicine, per esempio, hanno dimostrato che i pazienti ricoverati a cui sono stati somministrati fluidificanti del sangue avevano una mortalità inferiore rispetto a quelli che non erano stati trattati. Ma il team non ha potuto dimostrare se dosi elevate di questi farmaci comportano effetti collaterali e quali. Alla Columbia University di New York, i ricercatori stanno avviando una sperimentazione clinica per confrontare le dosi standard con una dose più elevata nei pazienti con Covid-19 in fase avanzata. Mentre gli scienziati del Beth Israel Deaconess Medical Center hanno appena iniziato uno studio clinico per valutare un farmaco ancora più potente in grado di eliminare i coaguli di sangue, chiamato attivatore del plasminogeno tissutale, che ha tuttavia molti più effetti collaterali di un farmaco fluidificante.

Via: Wired.it

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