Epidemie, se il virus si diffonde come un meme

Fisica coronavirus
(Immagine: Pixabay)

Come si diffondono le epidemie? Tornata di prepotenza alla ribalta con l’arrivo del nuovo coronavirus dalla Cina e di quella che l’Oms ha definito infodemia, questa domanda trova una nuova risposta in un lavoro pubblicato su Nature Physics che ha indagato la diffusione di malattie infettive interagenti tra loro, come la polmonite e l’influenza. Scoprendo che in questa situazione l’epidemia segue le stesse regole dei cosiddetti social trend, i fenomeni cosiddetti virali, diffusi con andamento “super-esponenziale” sui social network o attraverso il classico passaparola.

L’interazione c’è ma non si vede

“L’interazione delle malattie è la norma, non l’eccezione”, spiega Laurent Hébert-Dufresne, scienziato esperto in complessità e co-autore dello studio. “Ma in tutti i modelli di malattie interagenti o contemporanee, succede sempre che una ci sfugge”. Di fatto, i fisici, matematici ed epidemiologi che tentano di stimare la diffusione di una malattia – che sia la nuova Covid-19, l’influenza o ebola – di solito prendono in considerazione il solo agente patogeno: l’espansione dell’epidemia – in linea di massima – sarà proporzionale al suo tasso di trasmissione. Hébert-Dufresne e colleghi hanno però scoperto che la presenza contemporanea di diversi agenti patogeni infettivi – uno scenario tutt’altro che raro – fa sì che anche cambiamenti molto piccoli nel tasso di trasmissione possano modificare enormemente la dimensione dell’epidemia. In altre parole, il modello di diffusione cambia: il contagio biologico assume le caratteristiche del cosiddetto contagio sociale. Si comporta cioè come i contenuti virali sulla rete, i meme, le mode di ogni sorta o la nascita di neologismi e altri fenomeni legati al rinforzo sociale.

Epidemie “virali”

“Il fatto che dieci amici ti consiglino di andare a vedere un film appena uscito è più convincente rispetto al fatto che lo stesso consiglio ti sia ripetuto dieci volte da un solo amico”, racconta Hébert-Dufresne, che nella sua ricerca è partito proprio dallo studio delle dinamiche di propagazione dei social trend. Secondo il ricercatore, in modo analogo, la presenza di più agenti patogeni rende un’infezione più contagiosa rispetto alla presenza di un solo agente, anche se questo fosse più forte: il tutto è maggiore della somma delle parti. Le malattie possono “rinforzarsi” l’una con l’altra anche solo tramite i sintomi: supponiamo per esempio che una persona abbia la polmonite; se dovesse contrarre anche il raffreddore, questo lo potrebbe far starnutire di frequente, portandolo così a diffondere anche il virus della polmonite. E ancora, contrarre una malattia può indebolire l’organismo, rendendolo più suscettibile a un nuovo e diverso contagio.

C’è fortunatamente un rovescio della medaglia: è vero che le malattie che si rinforzano vicendevolmente si diffondono molto più rapidamente, ma altrettanto rapidamente potrebbero svanire, perché esauriscono prima il serbatoio di individui da infettare. È lo stesso pattern “super-esponenziale” che caratterizza per esempio i video virali, che vengono condivisi con estrema velocità e poi, nel momento in cui una massa critica di utenti li ha visualizzati, finiscono nel dimenticatoio.

Interazioni pericolose: il caso Portorico

Le scoperte non finiscono qui. I ricercatori si sono anche chiesti cosa succede nel caso in cui un contagio biologico avvenga simultaneamente a un contagio sociale, come ad esempio nel caso della diffusione di un virus contemporanea a una campagna antivaccinista. È accaduto davvero: lo studio cita il caso di un focolaio di Dengue scoppiato a Portorico nel 2017. In quel frangente, i ricercatori faticarono a comprendere con precisione le interazioni tra i diversi ceppi di Dengue, il che ridusse l’efficacia del vaccino e, di conseguenza, scatenò un movimento di antivaccinisti che a sua volta mesi dopo provocò un ritorno del morbillo. Dunque: un contagio biologico seguito da un contagio sociale che ha portato a un nuovo contagio biologico, classico esempio della complessità del mondo reale, in cui molti fenomeni interagenti possono portare a conseguenze indesiderate e imprevedibili.

Serve una visione d’insieme

Il lavoro di Hébert-Dufresne e colleghi apre nuovi scenari di ricerca e potrebbe migliorare il tracciamento della diffusione delle epidemie e l’efficacia degli interventi sanitari per contenere malattie che colpiscono contemporaneamente la stessa popolazione. “Osservando i dati relativi al singolo fenomeno, senza avere una visione d’insieme”, concludono gli autore dello studio, “potremmo non capire se un’epidemia deriva da un virus, da un contagio sociale o da una combinazione delle due cose”. Un avvertimento che, di questi tempi, suona come un monito.

Credits immagine: Pixabay
Riferimenti: Nature Physics

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