Coronavirus, perché il confronto con l’influenza non si può fare

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Il nuovo coronavirus si è diffuso anche in Italia e ha ormai superato i 100 contagi, con 5 vittime. E ha scatenato un ciclone non solo mediatico ma anche scientifico, con medici di varie discipline che si sfidano a colpi di post sui social network. È importante ricordare, però, che il paragone con l’influenza o con altre polmoniti non è appropriato, come ci ha detto per esempio Pier Luigi Lopalco, epidemiologo docente di Igiene all’università di Pisa, dato che si tratta di un virus completamente nuovo per il sistema immunitario e per cui non abbiamo ancora vaccini o terapie. Ma cerchiamo di fare chiarezza sui dati.

Partiamo dall’ultima polemica, quella di Maria Rita Gismondo, direttore responsabile del laboratorio dell’ospedale Sacco di Milano, che si è sfogata sul suo profilo Facebook scrivendo che la situazione attuale “a me sembra una follia. Si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale. Non è così. Guardate i numeri”.

E riferisce un dato che “durante la scorsa settimana la mortalità per influenza è stata di 217 decessi al giorno!”, indicando che l’influenza uccide più del coronavirus. Il post è stato poi rimosso. Ma questo ha scatenato una polemica fra specialisti, dato che il virologo Roberto Burioni è insorto correggendo le cifre riportate da Gismondo e spiegando che i 217 decessi non sono (o almeno non solo) i morti per influenza. In effetti, non è semplice calcolare con precisione quante persone perdono la vita per complicanze dovute a virus influenzali. Ecco come comparare – per quanto possibile – i dati sulla letalità del nuovo coronavirus Sars-Cov-2 e l’influenza.

I decessi sono per tutte le cause negli over 65

L’Istituto superiore di sanità (Iss), come ogni anno, svolge una sorveglianza (InfluWeb e FluNews) sull’andamento dell’influenza stagionale, con i dati della mortalità e un confronto con i dati dell’anno precedente, nello stesso periodo. I 217 decessi si riferiscono alla settimana dal 3 al 9 febbraio 2020, come si legge sulla pagina dell’Iss, la stessa riportata su Facebook da Maria Rita Gismondo, dove si legge che “durante la sesta settimana del 2020 la mortalità (totale) è stata lievemente inferiore al dato atteso, con una media giornaliera di 217 decessi rispetto ai 238 attesi”.

Studiare l’andamento della mortalità

Il dato è stato poi commentato da Burioni, che ha smentito che il numero 217 indichi i per influenza di quella settimana. Il virologo ha precisato che questa cifra misura un altro parametro (ed è spiegata nei nei principi metodologici spiegati su FluNews). In particolare, si tratta di persone con più di 65 anni decedute per qualsiasi causa in quella settimana, che risiedevano in 19 città italiane campione. Mentre il numero di decessi atteso (in questo caso 238) è una media giornaliera per quella data settimana ottenuta tramite dati storici (degli ultimi 5 anni).

La cifra dei morti dell’anno in corso, poi, viene paragonata con quello atteso. Questo confronto serve a stimare l’andamento della mortalità in persone più a rischio (over 65) e poter eventualmente individuare qualche anomalia – per esempio un aumento dei casi rispetto alla media che possa essere attribuito a un’influenza stagionale più aggressiva della media (l’influenza non è sempre uguale). Ma al 9 febbraio, dati alla mano, quest’anomalia non c’è.

I morti per influenza

Ma un dato sui episodi gravi e sui decessi effettivamente riconducibili all’influenza c’è. Durante tutto il periodo della sorveglianza, che è svolta da una serie di medici preposti e secondo regole ben definite, in 7 settimane – ci sono stati 5.632.000 casi di influenza, di cui 157 gravi, in cui la presenza del virus influenzale è stata provata in laboratorio e in cui spesso erano presenti patologie preesistenti. Inoltre, nelle sette settimane sono stati registrati 30 decessi. Se stimare la mortalità dell’influenza è difficile, un confronto col tasso di letalità del nuovo coronavirus è ancora più complicato, tenendo conto che questo è un patogeno nuovo, non soggetto ad alcuna sorveglianza attiva specifica per quel dato virus.

Un confronto che non ha senso

In generale sembrerebbe che la mortalità dell’influenza sia più bassa, sulla base dei dati che abbiamo, ma proprio perché per il coronavirus non c’è un monitoraggio sistematico il punto interrogativo è d’obbligo.

Quello che sappiamo è che circa l’80% dei contagiati (ma forse di più) presenta sintomi lievissimi, paragonabili all’influenza, e che il conteggio attuale del tasso di letalità (ma una stima migliore potrà arrivare solo alla fine) indica che potrebbe aggirarsi intorno al 3%.

Via Wired.it

Leggi anche su Galileo – “Maga, virologo Cnr: ‘Massima allerta, ma fuori delle aree a rischio usiamo il buon senso'”

Immagine: Steve Buissinne via Pixabay

2 Commenti

  1. Ok, ma noto delle incongruenze con la realtà.
    Chi si ammala di polmonite “normale” non deve fare alcuna comunicazione agli enti preposti e può continuare a infettare tutti (nel mio piccolo, negli anni ho conosciuto due persone che sono tornate a lavoro per non essere licenziate dopo una solo settimana di permanenza a letto in casa!).
    Niccolò Cicogna, il ragazzo prelevato in Cina proveniente dalla zona rossa, è a tutt’oggi ricoverato in “bioisolamento” allo Spallanzani nonostante sia risultato negativo al corona test sia in Cina e sia al ritorno in Italia. Perché i 100 contagiati di cui si parla nell’articolo non hanno ricevuto il medesimo trattamento? O peggio, dovremmo mettere in bioisolamento (non quarantena o isolamento semplice più o meno volontaria) tutti l’Italia. Io sono con la dottoressa Gismondo che ha denunciato il clima di isteria collettiva che si è impossessato della nazione.

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