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Corruzione all’università

di
Simone Turchetti

L’intervento del privato nel mondo della formazione e della ricerca è uno dei temi caldi dell’attualità. Già Scienza SPA di LASER ne rivelava alcune caratteristiche, ovvero: una maggiore attenzione verso le potenzialità applicative della ricerca; una trasformazione della figura del ricercatore (ora legato a doppio filo con la commercializzazione delle sue scoperte); e infine, un legame nuovo tra imprese che producono innovazione (di concerto con le università) e alta finanza. In questo saggio, la giornalista americana Jennifer Washburn giunge a conclusioni simili analizzando la trasformazione in atto nelle università degli Stati Uniti. I risultati della sua inchiesta non sembrano affatto incoraggianti se è vero che il legame ricerca-impresa starebbe minando le fondamenta del sistema di formazione americano, e rappresenterebbe un pericolo per lo sviluppo indipendente e autonomo delle sue università. Inoltre, la figura del ricercatore universitario sembra essere sempre più incompatibile con quella dell’uomo d’affari e la commistione dei due ruoli è all’origine di numerosi casi di conflitto d’interessi (cosa che – almeno dall’altra parte dell’Atlantico – è anche sinonimo di corruzione). Se in Scienza SPA mancavano forse delle previsioni a medio termine, questo libro descrive la situazione dopo l’arrivo di un vero e proprio uragano.Le ragioni storiche della transizione verso il legame università-impresa sono due. Verso la fine degli anni Settanta, il finanziamento pubblico alla ricerca viene drasticamente ridotto lasciando molte università con il compito di reperire soldi altrove. All’inizio degli anni Ottanta, la legge federale Bayh-Dole consente alle università di mantenere i diritti intellettuali derivanti da ricerche condotte con il sussidio del governo. Il risultato di questi due eventi è che i grandi gruppi privati decidono di investire sempre più nella ricerca universitaria, ma al tempo stesso esigono che i risultati e le applicazioni (specialmente brevetti) della ricerca siano gestiti privatamente dalle imprese stesse. I problemi nascono proprio da questo nuovo modo di gestire le università che si scontra con le dinamiche tradizionali della ricerca, della gestione aperta e la condivisione di banche dati e risultati, del sistema meritocratico su cui si fonda la professionalizzazione. La Washburn ha fatto un ottimo lavoro osservando vari casi piuttosto controversi. Interi filoni di ricerca possono essere bloccati dall’università se, per esempio, il ricercatore sta studiando qualcosa che potrebbe andar contro gli interessi di un’impresa che la finanzia. Oppure, si hanno casi in cui professori universitari sono manager in aziende private di ricerca e diventano pertanto incapaci di gestire il personale di ricerca fuori dalla logica del profitto. Esemplare quello di un ricercatore dell’Università di Harvard che aveva finito uno studio su un nuovo farmaco anti-AIDS. Il suo professore ha usato i risultati della ricerca per realizzare il farmaco nella sua azienda senza riconoscere i meriti del ricercatore. La gestione dei risultati della ricerca desta enormi preoccupazioni visto che tradizionalmente essi dovrebbero essere resi pubblici, ma in realtà vengono manipolati se gestiti da compagnie private. In alcuni casi, le aziende spingono per non pubblicarli affatto: per esempio, quando riguardano test clinici che mostrano l’inutilità di un loro nuovo prodotto. In altri li rimpiazzano con articoli che non sono stati scritti da ricercatori indipendenti, ma che sono solo la copia di materiale prodotto dall’azienda stessa a cui alcuni importanti professori aggiungono la loro firma, tanto per dargli maggiore credibilità. Grazie a questo libro entriamo dentro una rete intricata di rapporti tra le maggiori università americane (Stanford, Harvard) e grandi gruppi farmaceutici (Pfizer, Hoechst, Squibb) che offrono molti soldi per la ricerca, ma solo in cambio dell’esclusiva sull’uso dei risultati. Il lavoro della Washburn forse “calca un po’ la mano” nel dipingere un passato idilliaco e un infernale presente. Studi storici sull’argomento dimostrano che la mediazione del governo federale americano non sempre garantiva trasparenza e imparzialità. Inoltre, una delle sue proposte per rendere il rapporto università-impresa meno critico, ovvero la creazione di agenzie indipendenti specializzate nella mediazione del transfer tecnologico (le ATTAs ovvero le Academic Tech-Transfer Agencies), non sembra del tutto convincente. Chi ci dice infatti che le ATTA – visto l’enorme giro d’affari che certe innovazioni creano – non potrebbero loro stesse diventare centri di corruzione al servizio dell’impresa? Più interessante sembra invece l’idea di modificare la Bayh-Dole evidenziando che uno dei suoi scopi principali era proprio quello di favorire l’accesso allargato ai risultati della ricerca, mentre invece il suo uso ha limitato ulteriormente questa accessibilità permettendo inoltre un uso a più ampio spettro del brevetto. Perché –ma questo la Washburn non arriva a dirlo – proprio il brevetto come forma attraverso la quale viene garantito l’accesso alle risorse scientifiche ormai dimostra di essere inadeguato per garantire la loro gestione ottimale nel mondo contemporaneo. In ogni caso, anche se le conclusioni di questo volume lasciano (solo in parte) interdetti, l’inchiesta giornalistica ne fa uno splendido libro di denuncia e uno strumento essenziale per chiunque sia interessato ai problemi attuali della ricerca scientifica.

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