Covid-19, quanto è responsabile l’inquinamento?

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Immagine: Foto-Rabe via Pixabay

Dall’inizio della pandemia Covid-19 si discute del rapporto fra inquinamento atmosferico e l’infezione, con ipotesi a volte contrastanti. Lo smog delle città promuove il contagio? E il particolato può diventare un veicolo del virus tramite l’aria? Queste e altre domande sono al centro dell’attenzione dei ricercatori. E fioccano gli studi su due fronti di ricerca. Il primo riguarda la possibilità che l’inquinamento dell’aria possa avere un ruolo nei contagi o nel peggioramento dei sintomi. Alcune prove attuali e precedenti alla pandemia, ottenute su altre patologie, fra cui malattie respiratorie ma non solo, mostrano che a livelli elevati di inquinamento atmosferico a corrispondere un aumento del rischio di infezione o di forme più gravi. L’altro fronte di studio consiste nel capire se lo smog può favorire la propagazione del coronavirus trasportandolo attraverso l’aria. Se da un lato tracce dell’rna virale di Sars-Cov-2 sono state trovate sul particolato atmosferico, dall’altro le prove raccolte finora non supportano l’ipotesi che il particolato trasporti a distanza il virus. Ecco perché e cosa sappiamo ad oggi del rapporto fra inquinamento dell’aria e infezione Covid-19.

Il particolato contiene tracce di rna di Sars-Cov-2

In Italia tutto è iniziato quando la Società italiana di medicina ambientale (Sima) ha pubblicato un position paper che metteva in luce il potenziale collegamento fra gli alti livelli di particolato nel nord Italia del paese e il maggior numero di contagiati, proprio nella Pianura Padana e nelle regioni del nord. L’indagine era preliminare e aveva diversi limiti. Successivamente alcuni ricercatori della Sima insieme ad altri colleghi, coordinati da Leonardo Setti, hanno pubblicato una ricerca su Environmental Research in cui emerge che a Bergamo, città fortemente colpita da Covid-19, nel pieno dell’epidemia erano presenti tracce del coronavirus sul 16% – quasi in 1 su 5 – dei campioni raccolti di particolato atmosferico. “Lo studio è interessante”, ha commentato Daniele Contini, ricercatore dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr, non coinvolto nell’indagine, che da tempo si occupa del tema, “perché dimostra che il virus è rintracciabile in aria, un metodo che potrebbe essere utilizzato come spia di un focolaio. Tuttavia, bisogna precisare, come fanno gli stessi autori che non è stata misurata la concentrazione dell’rna virale necessaria per comprendere se questo sia attivo e infettante”. Aver trovato tracce di rna virale sulle Pm2,5 e Pm10, infatti, non implica che questo sia integro e capace di infettare se inalato.

Ma non lo trasporta

“Inoltre il risultato ottenuto a Bergamo non segnala che il particolato favorisca una maggiore diffusione del virus trasportandolo attraverso l’aria a distanza di decine o centinaia di metri”, rimarca Contini. “Questo anche perché il Sars-Cov-2, come molti altri patogeni e elementi chimici – pensiamo al tossico arsenico, che può essere presente in tracce anche nell’aria – vengono trasportati normalmente dai venti o dalle correnti d’aria e non hanno bisogno di un supporto materiale intermedio, di un vettore, come in questo caso il particolato”. Insomma, ammesso che il virus possa viaggiare all’aperto in quantità non trascurabili – tutto da dimostrare, dato che le prove indicano il contrario – non si serve dell’inquinamento atmosferico per poterlo fare.

Anche qualora il virus sia trasportato dall’aria, poi, viene facilmente degradato da vari fattori, inclusi agenti atmosferici, spiega Contini. “Consideriamo che in condizioni protette quali quelle del laboratorio”, specifica l’esperto, “il virus sospeso in aria sopravvive da 1 a 3 ore. All’aperto la situazione è ben diversa: oltre allo spostamento bisogna considerare diversi elementi, fra cui anche agenti atmosferici”. Ad esempio la radiazione ultravioletta, soprattutto i raggi Uvc ma anche gli Uva – che rappresentano il 99% della radiazione Uv che arrivano sulla superficie terrestre – e gli Uvb (assorbita al 95% dall’atmosfera) possono danneggiare e distruggere il virus. “Questo ovviamente non significa che esponendosi al sole si è immuni dal contagio, il quale avviene per via aerea principalmente da contatto diretto fra persone e con le mani”, rimarca l’esperto, “ma che in ambienti esterni il percorso del virus vivo e infettante può non essere molto lungo. Altri elementi che possono contribuire, anche se in maniera minore, a degradarlo, sono le alte temperature e una ridotta umidità: questo perché la presenza di umidità, dunque di una parte liquida, può aiutare il virus a mantenersi intatto”.

Il virus, trasmesso anche via aerosol?

Finora gli studi hanno mostrato che la trasmissione del virus tramite aerosol all’aperto è risultata trascurabile, anche se l’argomento è tuttora discusso, anche dall’Oms, e diversi ricercatori in tutto il mondo ritengono che invece bisogni dare un maggior peso. “Fermo restando che capire qual è il peso di questo tipo di trasmissione rimane complicato, soprattutto all’aperto”, sottolinea Contini, “le ricerche non solo italiane (qui ad esempio una condotta a Wuhan e in preprint) mostrano che outdoor le concentrazioni di rna virale sono molto basse ed è improbabile, almeno per le prove attuali, che questa via di trasmissione sia alla base di un meccanismo di contagio significativo”. Lo scienziato insieme al gruppo del Cnr sta conducendo due indagini su questo tema, una attraverso un modello computazionale che riproduce la situazione di Milano e Bergamo e un altro attraverso l’analisi di campioni di aria raccolti nel pieno dell’epidemia sia nel nord che nel sud Italia. “Nel primo studio, che si basa su modelli e non su un campionamento ambientale”, sottolinea Contini, “anche supponendo che una buona fetta della popolazione, pari al 10%, sia infetta, le concentrazioni di rna virale nell’aria rimangono molto basse”.

Se il rischio di trasmissione via aersol outdoor appare molto basso, diverso è invece il caso degli ambienti indoor, dove questo contagio è più probabile, soprattutto se ci sono diverse persone infette. “La revisione degli studi disponibili – commenta Contini – indica che bisogna prestare attenzione a ambienti come ospedali, mezzi di trasporto, centri commerciali e tutti quei luoghi chiusi ad alta frequentazione dove la presenza di una o più persone positive al nuovo coronavirus può favorire altri contagi”.

Lo smog però aumenta i rischi di Covid-19

Se lo smog non trasporta e non veicola maggiormente il virus, fa male alla salute dei polmoni e può aumentare, in alcuni soggetti già predisposti o suscettibili, ad esempio pazienti con malattie respiratorie croniche come la Bpco il rischio dell’infezione da nuovo coronavirus o un suo peggioramento – un elemento, questo che non c’entra con il fatto che il virus sia o meno presente sul particolato. A sostenerlo è un ampio gruppo di esperti italiani, della Rete italiana ambiente e salute: secondo gli specialisti l’ipotesi sottostante è che una elevata concentrazione di particolato (Pm10, Pm2,5) renda a lungo termine il sistema respiratorio più vulnerabile alla infezione e alle complicanze della malattia da coronavirus. Questo vale principalmente per un’esposizione prolungata nel tempo – mentre per quella a breve termine non ci sono prove sufficienti – dunque l’effetto è ancora più visibile nella popolazione anziana. Ma questo non deve sorprendere, spiegano gli esperti: non è un caso che le Pm2,5 causino ogni anno 2.9 milioni di morti premature secondo il rapporto State of Global Air report 2019 in tutto il mondo e siano fra i fattori di rischio principali per la salute dopo dieta, fumo, ipertensione e diabete. “Ancora, però”, sottolinea Contini, “non è noto quale sia il reale contributo dell’inquinamento atmosferico nel determinare l’infezione Covid-19 e nell’aggravamento dei sintomi e stabilirlo non è semplice, anche considerando la presenza di fattori locali, come l’alta densità abitativa, usi e abitudini, e la presenza, in una determinata zona, di un’attrattiva turistica o professionale, con un maggior numero di spostamenti e interazioni sociali, se ad esempio pensiamo all’Italia del nord”.

In ogni caso l’ipotesi che particolato, monossido di carbonio, biossido di azoto e altri inquinanti abbiano un ruolo è possibile. E non è un caso che non solo lo studio italiano a Bergamo, ma anche altre ricerche, come questa condotto in Cina dalla Nanjing University, rilevano un’associazione statistica anche significativa fra i livelli di alcuni inquinanti atmosferici, particolato in primis, e incidenza di casi di Covid-19. “Si tratta ancora di una correlazione statistica, dunque non di un nesso di causa-effetto”, sottolinea Contini. “Inoltre vale sempre il discorso per cui il rischio individuale può aumentare per esposizioni protratte nel tempo. Per esposizioni a breve termine non ci sono prove sufficienti di un legame e questo genere di studi vengono solitamente condotti per episodi acuti come eventi cardiovascolari. Per le malattie infettive è più difficile, dato che risulta più complicato estrarre una relazione sul breve periodo per varie ragioni, incluso il fatto che l’insorgenza non è immediata subito dopo essere entrati in contatto con il virus”.

Via: Wired.it

Immagine di Foto-Rabe via Pixabay 

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