Davvero le creme solari ostacolano la sintesi della vitamina D?

creme solari e vitamina D
(Foto via Pixabay)

Vitamina D, croce e delizia della salute. Un ormone essenziale per la ossa, per la prevenzione del cancro e del diabete, per la salute cardiovascolare. Ma anche uno dei temi più dibattuti degli ultimi anni. Quanta ne serve realmente? E come assicurarsene abbastanza? Per quest’ultima domanda esistono due risposte: alimentazione ed esposizione alla luce solare, che stimola la sua produzione nella pelle. Più facile a dirsi che a farsi, però, visto che anche qui gli esperti sembrano divisi. C’è chi consiglia di approfittare dell’estate per fare il pieno, esponendosi al sole debitamente svestiti anche per 40 minuti al giorno, durante le ore più calde e senza creme solari che potrebbero diminuire la produzione di vitamina D. Per altri invece è un’autentica eresia: un simile comportamento espone infatti a un maggiore rischio di melanoma, malattia ben più pericolosa (almeno per molti di noi) della semplice carenza di vitamina D. Un bel pantano, insomma. Vediamo quindi di capirne di più.

Vitamina D

A dispetto del nome in realtà la vitamina D agisce come un ormone, e contribuisce a regolare il metabolismo del calcio e del fosforo, così come l’azione del sistema immunitario, l’infiammazione, e altri processi essenziali del nostro organismo. È per questo che negli anni la sua carenza, legata (in persone sane) ai cambiamenti di dieta e stile di vita nei paesi occidentali, è stata collegata a diverse patologie: dalle più note a danno delle ossa, come l’osteoporosi o il rachitismo, passando per problemi cardiovascolari, disfunzioni del sistema immunitario e anche l’insorgenza di tumori.

Da dove arriva?

La vitamina D è presente naturalmente in alcuni alimenti: pesci grassi come il salmone e lo sgombro, tuorlo d’uovo, funghi, olio di fegato di merluzzo (che ne è ricchissimo), e poco altro. D’inverno, alle nostre latitudini almeno, è consigliato includere questi alimenti nella propria dieta, per supplire alla mancanza della fonte principale di vitamina D naturale: il sole. La sostanza attiva viene infatti prodotta a livello del fegato e dei reni, ma il processo ha inizio nella pelle, dove sono necessari i raggi ultravioletti (in particolare gli Uvb) perché si crei la forma inattiva di questa molecola. Questa via “solare” è la principale fonte di vitamina D nell’organismo dei mammiferi, ma come è evidente non è disponibile tutto l’anno: non basta qualche centimetro di pelle esposta alla luce per garantire una scorta necessaria, e dunque d’inverno, quando il sole latita e il freddo ci obbliga a coprirci, la produzione di vitamina D è minima.

Per fortuna, in estate le cose cambiano radicalmente: la luce è abbondante, il caldo ci aiuta a scoprire preziosi centimetri di pelle, e l’organismo può fare scorta anche per le stagioni fredde. Il problema però è che il sole non ha solo effetti benefici: è ormai chiaro a tutti infatti che l’esposizione ai raggi ultravioletti aumenta il rischio di sviluppare il melanoma, il carcinoma basocellulare e il carcinoma a cellule squamose. Tumori rischiosi, per la cui prevenzione in estate è indicato evitare l’esposizione solare diretta al sole. Le creme solari in questo caso sono la soluzione, ma nasce un dubbio legittimo: se sono in grado di prevenire i danni prodotti dalle radiazioni ultraviolette, non saranno anche d’impiccio nei processi di sintesi della vitamina D?

Un’ipotesi con una storia precisa

Per una parte della comunità medica la risposta alla precedente domanda è già scritta: le creme solari impediscono realmente la corretta sintesi della vitamina D. E viste le (va detto spesso esagerate) proprietà benefiche riconosciute a questa sostanza, non c’è storia. Il rischio di tumori cutanei passa in secondo piano, e le raccomandazioni tradizionali (crema solare, evitare le ore più calde, ecc…) vanno ribaltate: d’estate è bene esporsi al sole ogni giorno per qualche decina di minuti, senza indumenti troppo coprenti o creme solari, e se possibile durante le ore centrali della giornata, quando il Sole è allo zenit e i raggi Uvb possono promuovere al meglio la produzione di vitamina D. Un bel cambiamento di prospettiva, insomma. Che ha un’origine precisa: il lavoro di Michael Holick, endocrinologo dell’università di Boston che nell’ultimo decennio ha svolto un ruolo cruciale nel promuovere l’idea che nel mondo sia in corso un’autentica pandemia di ipovitaminosi D (carenza di vitamina D).

Un buon approfondimento sul tema è quello realizzato da Beatrice Mautino, divulgatrice specializzata sulla scienza dei cosmetici, che nelle sue stories su Instagram ricostruisce con precisione la vicenda. La carriera scientifica di Holick, racconta, è di primissimo piano: scopre ancora studente la forma attiva della vitamina D, intuisce che il succo d’arancia ne facilita l’assorbimento, lavora per la Nasa per studiare il sistema scheletrico degli astronauti. Negli anni ha pubblicato centinaia di studi scientifici sulle principali riviste del mondo. Ma nonostante questo, si tratta di un personaggio controverso.

Il signor vitamina D

È stato lui infatti, nel 2011, a smentire le indicazioni rilasciate l’anno precedente dalla National Academy of Medicine, in cui si stabiliva che la maggior parte della popolazione americana riceveva quantità sufficienti di vitamina D dalla dieta e dall’esposizione solare, e si raccomandava di sottoporre a test per verificare i livelli di questa sostanza unicamente le persone a rischio. Sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism Holick smentisce tutto: la maggior parte della popolazione americana è a rischio di una deficienza cronica di vitamina D, e dovrebbe quindi essere sottoposta al test, ed eventualmente alla supplementazione di vitamina con integratori. L’associazione degli endocrinologi americani adotta la sua posizione, e di colpo i profitti delle farmaceutiche che vendono i test, e gli integratori, schizzano alle stelle. Come è possibile una posizione così diversa tra due gruppi di specialisti? Per la National Academy of Medicine la carenza di vitamina D si attesta con livelli nel sangue inferiori ai 20 nanogrammi per millilitro (un parametro riconosciuto dalle principali società scientifiche). Per Holick, l’asticella va alzata a 30. Con un piccolo cambiamento, appena 10 nanogrammi per millilitro, buona parte della popolazione diviene di colpo sospettato speciale: pazienti da medicalizzare, e una gallina d’oro per l’industria della vitamina D.

Ma l’ossessione di Holick va ben oltre. Nei suoi lavori scientifici e nei suoi libri di divulgazione l’endocrinologo inizia a consigliare tutti i comportamenti di cui abbiamo parlato poco fa: non usare creme solari, esporsi al sole nelle ore più calde, scoprirsi per massimizzare la percentuale di cute esposta al sole. Nel libro “The Uv Advantage” il medico arriva a ipotizzare (scherzosamente) che sia stata proprio una carenza di vitamina D a causare una delle più famose estinzioni della storia: quella dei dinosauri. Per difendere le sue idee, Holick arriva a dimettersi dall’università di Boston, e inizia una florida carriera di consulente scientifico per una moltitudine di aziende farmaceutiche. Arrivando a consigliare l’utilizzo dei lettini abbronzanti, dispositivi che l’Iarc ha inserito nel Gruppo 1, quello dei cancerogeni certi.

Non è tutto: come ricostruito da un’inchiesta dello scorso anno del New Yorker, negli anni Holick ha testimoniato in oltre 300 processi per abusi su minori, attribuendo le fratture dei piccoli a una fragilità ossea, legata quasi sempre a una rarissima malattia genetica, la sindrome di Ehlers-Danlos, o più raramente a rachitismo o carenza di vitamina D. In nessuno dei casi in cui ha testimoniato – ricostruisce il New Yorker – Holick ha ritenuto che i bambini esaminati potessero essere invece vittime di violenze domestiche. In moltissimi casi, inoltre, le diagnosi del medico sono state fatte senza neanche visitare i piccoli pazienti, e vanno contro al consenso scientifico sull’argomento.

Creme solari

Il principale nemico delle creme solari, insomma, è un personaggio quanto meno controverso. Non privo di conflitti d’interesse, ed evidentemente innamorato della sua ipotesi al punto di utilizzarla come passepartout universale per spiegare i problemi delle società moderne. Cosa dicono, invece, le ricerche nel campo? Di recente ne sono state pubblicate due. La prima è una ricerca pubblicata sul British Journal of Dermatology da un team del King’s College di Londra, che ha sperimentato l’effetto delle creme solari su 20 turisti polacchi durante una settimana di vacanza a Tenerife. Il risultato? L’applicazione dei solari, anche quando fatta a regola d’arte (eventualità rara nella popolazione generale) non compromette in modo apprezzabile la produzione di vitamina D. La seconda ricerca, di poco precedente, è stata realizzata dal Qimr Berghofer Medical Research Institute, e pubblicata anch’essa sul British Journal of Dermatology. In questo caso si tratta di una review sistematica, che ha valutato i risultati di 4 studi sperimentali, 3 trial clinici e 69 studi osservazionali. Concludendo che, in un setting reale (e non quindi negli studi di laboratorio) l’utilizzo di creme solari non compromette la produzione di vitamina D. E che la paura di una carenza di questa sostanza non deve quindi modificare le indicazioni relative alla prevenzione dei tumori della pelle.

In entrambi i casi, i dati raccolti sono relativi a creme solari con fattore di protezione medio-basso, e resta quindi da vedere quali effetti può avere l’utilizzo prolungato delle creme con fattore più alto, consigliate di norma dai dermatologi almeno alle prime esposizioni dell’anno al sole estivo. L’impressione, comunque, è che gli endocrinologi stiano ridimensionando la diffusione reale della carenza di vitamina D. E che quindi, salvo persone a rischio (donne in menopausa, diabetici, soggetti osteoporotici) l’ossessione per la vitamina D e il sole è probabilmente esagerata. E che, quindi, ben vengano le creme solari. Anche in questo caso, ovviamente, senza esagerare.

Via: Wired.it

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