Depressione: gli anti-infiammatori potrebbero aiutare a combatterla

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(Foto via Pixabay)

Sarebbe bello se bastasse ingoiare un’aspirina per curare una malattia come la depressione. Da quello scenario siamo lontani, ma alla base c’è un’ipotesi che sta riscontrando sempre più credito: i farmaci antinfiammatori sarebbero efficaci anche contro i sintomi della depressione maggiore. È la conclusione di un articolo pubblicato sul Journal of Neurology Neurosurgery & Psychiatry, che ha raccolto e analizzato le informazioni disponibili in letteratura: un totale di 26 studi che hanno coinvolto più di 1600 persone. Mettendo insieme questi dati, i ricercatori della University of Sidney Medical School hanno concluso che gli agenti antinfiammatori sono migliori del placebo nel ridurre i sintomi del disturbo depressivo maggiore, e che addirittura i loro effetti sono più forti se aggiunti al trattamento con gli antidepressivi standard.

Depressione e infiammazione

È ancora incerto il legame tra infiammazione e depressione, ma da qualche anno appare sempre più chiaro. L’ipotesi è che una condizione infiammatoria contribuisca all’insorgenza di un disturbo depressivo. E i dati raccolti fino ad ora sembrano confermarla: chi è depresso presenta un maggior numero di molecole ad azione pro-infiammatoria rispetto a chi non lo è, sia nel cervello che nel sangue periferico. È stato anche dimostrato che nei topi le cellule del sistema immunitario che contrastano l’infiammazione riducono anche i sintomi associati ad ansia o depressione. La spiegazione, confermata anche sperimentalmente, è che lo stato infiammatorio riduce la secrezione di alcuni neurotrasmettitori associati al buonumore, come la serotonina e la dopamina. Le persone clinicamente depresse hanno una carenza di questi messaggeri chimici e di fatto sono dominate da pensieri negativi e pessimisti, che influenzano pesantemente la qualità della vita.

La via degli anti-infiammatori

L’ipotesi successiva è stata ancora più audace: se la depressione dipende da uno stato di infiammazione cerebrale, forse gli agenti antinfiammatori potrebbero aiutare a combatterla. In Italia la malattia colpisce circa 2,8 milioni di persone, soprattutto donne, di cui 1,3 milioni sono affette dal cosiddetto disturbo depressivo maggiore, quello in cui i sintomi si manifestano con maggiore frequenza e intensità. Secondo uno studio dell’Oms, entro il 2020 sarà la seconda causa di invalidità per malattia, subito dopo le malattie cardiovascolari. Oggi la si combatte con la psicoterapia o la terapia farmacologica: gli antidepressivi attuali aumentano la trasmissione dei neurotrasmettitori serotonina, dopamina e noradrenalina. Ma circa un terzo delle persone clinicamente depresse non risponde a questi farmaci, che peraltro hanno anche numerosi effetti collaterali.

Ora sappiamo che potrebbe esisterebbe un altro modo. Non ci sarebbe neanche bisogno di creare farmaci da zero, perché basterebbe usare quelli già comunemente impiegati nel trattamento delle infiammazioni: aspirina, paracetamolo, acidi grassi omega-3, statine, steroidi, antibiotici. Sono solo alcuni degli agenti antinfiammatori che sono stati oggetto di sperimentazioni per indagare il loro potenziale effetto antidepressivo. Purtroppo i risultati dei vari studi clinici sono stati per la maggior parte inconcludenti.

Un’analisi aggregata

Ma solo se presi singolarmente, sembrerebbe: i ricercatori dell’università di Sidney hanno messo insieme i dati ottenuti da 26 studi clinici controllati e randomizzati pubblicati entro gennaio 2019, con un totale di 1610 partecipanti che avevano il compito di assegnare un punteggio alla loro depressione su un’apposita scala. L’analisi aggregata dei risultati ha portato a una conclusione sorprendente.

Gli agenti antinfiammatori sono risultati nel complesso più efficaci del 52% nel ridurre la gravità dei sintomi, e il 79% più efficaci nell’eliminarli rispetto al placebo (ovvero come tassi di remissione). Tra questi spiccano i FANS (anti-infiammatori non steroidei), gli acidi grassi omega 3, le statine e le minocicline. E gli effetti erano ancora maggiori combinando l’uno o altro agente con i farmaci antidepressivi standard. Non sono stati riscontrati effetti collaterali gravi, ad eccezione di alcuni disturbi intestinali, ma gli studi sono durati solo da 4 a 12 settimane, quindi manca un dato sul lungo termine.

Un’analisi sistematica che, come ammesso dagli stessi autori, ha certamente più di un limite, a causa dell’eterogeneità degli studi presi in considerazione. Non tutti hanno tenuto conto dei punteggi assegnati dai pazienti durante l’intero periodo e in alcuni casi la scala utilizzata era diversa o il numero di pazienti troppo esiguo. C’è però una chiara indicazione che gli agenti antinfiammatori riducano i sintomi dello stato depressivo e che siano privi di effetti collaterali gravi.

Riferimenti: Journal of Neurology Neurosurgery & Psychiatry