Parla come mangi: la dieta influenza l’evoluzione fonetica

Secondo uno studio dell’Università di Zurigo l’avvento di agricoltura e il consumo di cibi morbidi hanno determinato l’arretramento dei denti inferiori, promuovendo la diffusione dei suoni “f” e “v”

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Far fare farina di farro“. Uno scioglilingua, sì, ma carico di significato, visto perché prima dell’avvento dell’agricoltura e della macinazione i nostri antenati avrebbero avuto moltissime difficoltà a recitarlo. Una ricerca apparsa su Science sostiene infatti che il suono “f” sia nato durante il Neolitico in seguito all’ingresso di nuovi cibi morbidi, come le farine di cereali, nell’alimentazione umana. Consumare cibi morbidi avrebbe reso possibile l’arretramento dei denti inferiori, meno sottoposti agli sforzi necessari per masticare carne in continuazione. E, sostengono gli studiosi guidati da Damian Blasi e Stephen Moran dell’Università di Zurigo, in questo modo avrebbe facilitato l’articolazione e la diffusione nelle lingue umane di suoni come la “f” e la “v”, che richiedono l’incontro tra denti inferiori e labbro superiore.

Non tutti dicono “f”

Non tutti i suoni sono universalmente diffusi nelle lingue umane. Per esempio ci sono famiglie linguistiche africane che usano suoni come schiocchi di labbra e lingua, completamente assenti nelle lingue europee. E lo stesso vale per due fonemi per noi assolutamente comuni, come la “f” e “v”.

C’è un motivo per cui alcune lingue non possiedono questi due suoni? L”ipotesi formulata nel 1985 dal linguista Charles Hockett è che la presenza di “f” e “v” in una lingua sia legata alle abitudini alimentari della popolazione che la parla. E, quindi, che i due suoni siano assenti nelle lingue delle società di cacciatori-raccoglitori, la cui dieta a base di carne promuove lo spostamento in avanti dei denti inferiori, e complica così l’articolazione dei suoni labiodentali che vengono prodotti appoggiando il labbro inferiore contro i denti dell’arcata superiore.

Dopo diverse peripezie accademiche l’ipotesi di Hockett fu rigettata dal suo stesso ideatore, ma oggi i ricercatori dell’Università di Zurigo hanno deciso di metterla alla prova alla luce delle ultime scoperte della linguistica e dell’antropologia. Per farlo hanno preso in esame tre gruppi di lingue che sono o discendono da lingue di cacciatori e raccoglitori: il groenlandese, il gruppo sudafricano delle lingue Khoisan e alcune lingue australiane. In tutte queste lingue non si riscontrano f e v se non per qualche prestito dalle lingue dei colonizzatori europei.

Una dieta che cambia i denti

Secondo gli studi di paleoantropologia, il morso allineato era più diffuso nei cacciatori-raccoglitori: era utile per strappare e masticare a lungo il cibo. Ma con l’avvento dell’agricoltura e della macinazione, i cibi morbidi avrebbero lentamente permesso agli antichi coltivatori di conservare un tratto proprio dei bambini, i denti inferiori arretrati, che si perdeva con la crescita. Con un sistema di simulazione al computer i ricercatori hanno osservato che questa conformazione anatomica permette di realizzare i suoni “f” e “v”, perché i denti incontrano il labbro superiore con minor sforzo rispetto a un morso perfettamente allineato, che invece fa meno fatica a pronunciare suoni come “p” e “b”, fatti con le due labbra.

Abitudini che cambiano i suoni delle lingue?

I ricercatori hanno quindi esaminato le lingue della famiglia indoeuropea, che va dall’Islanda all’India e che comprende l’italiano, dove si riscontrano spesso suoni labiodentali e i cui antichi parlanti erano coltivatori. Di queste lingue e dei popoli che le parlano si hanno molte informazioni e si possono fare paragoni tra parole imparentate e ipotizzare, ma solo ipotizzare, famiglie di suoni comuni all’origine. Risalendo indietro nell’albero genealogico di queste lingue, gli studiosi ritengono che “f” e “v” siano comparsi come errori di pronuncia per esempio di “p”, dopo la diffusione di una nuova dieta, 4.500 anni fa. Errori probabilmente facilitati dall’arretramento dei denti inferiori.

“I nostri risultati – chiarisce Blasi – suggeriscono che la storia socioeconomica del cibo ha influenzato non solo la configurazione del morso ma anche il linguaggio”. Resta un dubbio: si può dire lo stesso per tutte le lingue dei popoli coltivatori sparsi per il mondo? Gli studiosi sperano che altri possano estendere la ricerca, ma per ora è ancora presto per dirlo.

Riferimenti: Science

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