La dieta mediterranea è ormai da tempo considerata una sorta di pilastro per il benessere: abbondanza di frutta, verdura e fibre, moderato consumo di proteine animali – in particolare di carne rossa – e apporto limitato di zuccheri e grassi saturi. Oggi, due nuovi studi italiani, condotti dalla Sezione di nutrizione clinica e nutrigenomica dell’Università di Roma Tor Vergata e da altri istituti di ricerca, hanno aggiunto ulteriori dettagli alla comprensione dei benefici derivanti dalla dieta mediterranea, identificando una differenza significativa legata alla qualità degli alimenti e alla loro origine. I lavori, pubblicati sulle riviste Microorganism e Metabolites, hanno infatti comparato due versioni diverse della dieta mediterranea, una basata su alimenti biologici certificati (Imod) e l’altra equivalente ma con prodotti “convenzionali” (Imnod): l’analisi dei risultati sembra evidenziare che, a parità di nutrienti e di ingredienti, il cibo biologico potrebbe fare la differenza in termini di ricadute benefiche sul metabolismo e sul microbiota, la sterminata popolazione di batteri che dimorano nel nostro intestino. I risultati della ricerca sono stati presentati a Roma nell’ambito della campagna Il bio dentro di noi, promossa da FederBio, AssoBio e Consorzio Il Biologico.
Dieta mediterranea a confronto
Il primo studio della ricerca, che è parte del progetto Mood (Modello di progettazione della rete dei sistemi di sicurezza alimentare, qualità nutrizionale e nutrigenomica della dieta mediterranea) e finanziata dal Ministero della salute, ha coinvolto 39 adulti sani, 27 donne e 12 uomini, con un’età media di circa 38 anni. I partecipanti sono stati suddivisi in tre gruppi: il primo, di controllo, ha seguito una dieta libera; il secondo una dieta mediterranea con alimenti convenzionali e il terzo una dieta mediterranea con prodotti biologici certificati. Le due diete mediterranee erano identiche per apporto calorico, macronutrienti e fibre, condizione indispensabile per poter eseguire un confronto sensato tra i gruppi basato solo sulla provenienza biologica degli alimenti.
Il microbiota intestinale “sente” la differenza
Le analisi degli autori dei lavori, condotte quattro settimane dopo l’intervento, hanno mostrato cambiamenti notevoli a livello del microbiota intestinale: sebbene entrambe le versioni della dieta mediterranea abbiano favorito la crescita di batteri benefici, noti per la produzione di acidi grassi a catena corta (Scfa) come A. hallii, A. hadrus e D. longicatena, la “versione biologica” ha mostrato vantaggi aggiuntivi. Nello specifico, nei volontari del gruppo Imod si è osservato un aumento esclusivo della popolazione di un altro batterio, P. distasonis, e un incremento maggiore di A. hadrus: entrambi sono associati alla produzione di butirrato, un Sfca fondamentale per la salute delle cellule intestinali, per il mantenimento della barriera intestinale e per la regolazione dell’infiammazione. Uno degli aspetti più interessanti dello studio è che questi cambiamenti sono avvenuti senza alcuna variazione significativa del peso corporeo o della composizione fisica dei partecipanti, il che suggerisce che i benefici di una dieta di “alta qualità” agiscano a livello più profondo e “invisibile”, rimodellando l’ecosistema intestinale prima di manifestarsi con una perdita di peso.
Risposte diverse tra i generi
Un altro risultato interessante riguarda le differenze di genere nella risposta del microbiota alla dieta: sesso e tipo di dieta, nel complesso, sono arrivati a spiegare oltre il 12% della variabilità osservata nella composizione del microbiota. Nelle donne, in particolare, la dieta ha favorito l’arricchimento di specie con note proprietà infiammatorie e protettive per la mucosa intestinale, tra cui F. prausnitzii, uno dei principali produttori di butirrato, risultato fino al 101% più abbondante rispetto agli uomini. Aumenti significativi sono stati riscontrati anche per R. faecis e F. contorta (+200%) e C. aerofaciens (+58%). Di contro, negli uomini sono prevalse altre specie, tra cui P. johnsonii (+260%) e C. cocleatum( (+1411%), associate alla fermentazione di carboidrati complessi e alla stabilità della flora intestinale.
L’impronta bio sui metaboliti urinari
Nel secondo studio i ricercatori hanno analizzato i metaboliti urinari, molecole di scarto che offrono una “fotografia chimica” dello stato di salute del nostro organismo. Anche in questo caso sono state osservate differenze significative e misurabili della dieta mediterranea biologica: nei 12 volontari che hanno partecipato a questa fase dello studio, la dieta Imod ha portato un metabolismo più efficiente, a un maggiore apporto di composti vegetali protettivi, a un maggiore “dialogo” tra intestino e microbiota e una riduzione dei composti indesiderati. In base ai risultati dei due studi, i ricercatori hanno formulato il concetto di asse microbiota-immunità-infiammazione (Miia) per descrivere l’effetto coordinato che la dieta biologica esercita su questi sistemi interconnessi. Data la ridotta dimensione dei campioni studiati, serviranno ora ulteriori e più ampi esperimenti per blindare questi risultati, ma i dati finora raccolti sembrano estremamente promettenti nel ribadire l’importanza dell’integrazione di alimenti biologici della dieta mediterranea non solo come scelta di sensibilità, ma anche come investimento per la salute nel lungo termine.
Immagine: Toa Heftiba/Unsplash





