Andrea Bonaccorsi (a cura di)Il sistema della ricerca pubblica in ItaliaFranco Angeli, 2003pp.301, euro 19,00Davvero la ricerca italiana è improduttiva e sconnessa dalle applicazioni tecnologiche e industriali? Secondo il luogo comune divulgato quotidianamente, il ricercatore medio negli istituti pubblici è completamente isolato dall’esterno, nell’ormai proverbiale “torre d’avorio” dove conduce i suoi esperimenti la cui ricaduta pratica è pressoché nulla, oltre che scientificamente irrilevante. Nulla di più lontano dalla realtà. I dati presentati in questo volume mostrano invece che il problema sta all’altro capo del filo: sono le imprese che non utilizzano la ricerca e investono poco. “Le barriere appaiono essere altrove, al di fuori dell’Università e dal raggio d’azione dei ricercatori, in quanto basate sul disinteresse sostanziale verso la ricerca dei possibili partner industriali italiani o tout court sulla loro inesistenza, o dipendere da aspetti intrinseci della natura della attività di ricerca di alcune discipline scientifiche naturalmente distanti dagli interessi dell’industria o dell’innovazione tecnologica in generale”. (p.168)L’ultimo saggio del volume analizza proprio l’attività delle grandi imprese italiane, confrontandole con le loro concorrenti internazionali. Si nota che storicamente il declino dei giganti come Fiat, Olivetti, Montedison ha avuto come primo sintomo una diminuita attività brevettuale, che nel giro di qualche anno si è tradotta in una perdita di posizioni di mercato, fino all’esplosione delle grandi crisi di metà anni Novanta. È purtroppo un problema cronico: pochi giorni fa la Filas (((http://www.filas.it/))) (Finanziaria Laziale per lo Sviluppo) ha presentato i risultati di una ricerca secondo cui i privati italiani spendono lo 0,53 per cento del Pil in ricerca e sviluppo, in confronto al 2,08 degli Stati Uniti e a una media di 1,28 per l’Unione Europea. Nell’industria, in Italia si soffre “l’assenza di vere grandi imprese in grado di sostenere per molti anni ingenti processi di investimento in più di una direzione”. (p.297)Dunque, non si può puntare il dito sulla ricerca pubblica per la crisi delle imprese. Piuttosto, si deve stimolare queste ad andare incontro alle istituzioni di ricerca. Il capitolo dedicato all’Università di Pavia e alla sua interazione con le imprese, mostra proprio come il capitale privato, investendo saggiamente nella ricerca pubblica, abbia solo da guadagnare. Il caso della STMicroelectronics è illuminante: proprio grazie alla sua propensione all’innovazione tecnologica in collaborazione con l’ateneo pavese, si è garantita una posizione di primo piano sul mercato internazionale.Le note dolenti riguardano invece le difficoltà che i giovani incontrano per entrare nel mondo della ricerca. Rispetto agli anni Sessanta, l’ingresso negli istituti del Cnr avviene oggi un decennio dopo, a 35 anni in media, dopo un lungo periodo di precarietà con stipendi da fame. È su questo anello della catena che una razionale allocazione delle risorse ha maggior efficacia. Dunque, secondo gli autori, piuttosto che fare solamente una politica dell’eccellenza, finanziando solo le star, sarebbe più sensato “cercare di innalzare il livello medio delle competenze scientifiche e di ricerca del sistema scientifico nel suo complesso”. (p.253)In questo modo si può creare un circolo virtuoso di ricerca diffusa sul territorio, che crei a sua volta le condizioni per un’agglomerazione spontanea attorno ai centri scientifici di qualità, ponendo le basi per l’incontro tra impresa e ricerca. Tutto ciò non può avvenire affidando l’università ai privati, ma piuttosto sostenendo con adeguata spesa pubblica la buona scienza e la buona formazione. Si tratta comunque di rendere efficiente la distribuzione delle risorse, anche se in assenza di una seria politica di indirizzo, frutto di una discussione realmente democratica, si rischia di asservire la ricerca a interessi privati piuttosto che agli interessi dei cittadini.





