Droghe, i cento volti dell’ecstasy

Un articolo, ormai storico, che registra l’improvvisa attenzione dell’opinione pubblica e delle autorità italiane sulla diffusione dell’ecstasy in Italia

Tutti la chiamano ecstasy, ma in realtà ha cento volti: Mdma, Mbdb, Mda, Mdea, 4Mta, Ghb… Sono le cosiddette designer drugs, le droghe d’autore: basta cambiare un frammento della catena della molecola per mutarne gli effetti, rinnovare il mercato e sfuggire alla legge. Perché? Semplice: se una sostanza è nuova non è ancora proibita. Per la verità, secondo un recente sondaggio realizzato da Datamedia (1999), più di un terzo dei giovani in Italia considera l’ecstasy uno strumento per socializzare e non una droga. Fa parte delle consuetudini del weekend per almeno centomila italiani tra i 15 e i 30 anni (in Gran Bretagna i consumatori occasionali sono circa un milione). E sta trasformando il mercato degli stupefacenti: è più facile da trasportare, da nascondere e la sua produzione non richiede piantagioni, spazi estesi o un clima particolare. Bastano un piccolo laboratorio attrezzato, un chimico esperto e materie prime (i cosiddetti precursori) che – anche se non si possono acquistare liberamente in farmacia – non sono impossibili da trovare. Produrre una singola pastiglia costa poche migliaia di lire e rende fino a 50 mila lire sul mercato al dettaglio. “Per questo”, spiega il questore Pippo Micalizio, capo della Direzione centrale dei servizi antidroga, “la diffusione delle droghe sintetiche in Italia si è fondata, almeno finora, su piccoli gruppi di persone. Non esistono a oggi informazioni investigative sul coinvolgimento di grandi organizzazioni criminali. Ma non vuol dire che la cosa non interessi le mafie: il mercato si espande ed è molto redditizio”.

Rischi e incognite del consumo di ecstasy

In teoria sarebbe possibile produrla in proprio, sulla rete ogni tanto spunta un sito che propone formule per la sintesi chimica delle varie specialità. Ma proprio qui scatta la trappola: più ancora dell’acquirente delle droghe tradizionali, chi compra pastiglie colorate non può sapere cosa acquista finché non le consuma. E a Rimini, qualche giorno fa, i Carabinieri hanno scoperto un “laboratorio” e hanno analizzato i prodotti sequestrati. Le compresse contenevano, tra le altre cose, calce bianca, gesso, cocaina, eroina, detersivo, carbone vegetale, metadone, stucco. Secondo Teodora Macchia responsabile del reparto sostanze d’abuso del Laboratorio di biochimica clinica dell’Istituto superiore di sanità, “anche se si è in possesso degli ingredienti e delle attrezzature idonee, basta una temperatura sbagliata in una fase del processo o una reazione incompleta o un errore in un passo analitico come quello dell’evaporazione perché il risultato della sintesi non porti affatto all’ecstasy, ma a una miscela che conserva tutta la tossicità dei solventi e dei prodotti usati per la lavorazione senza dare gli effetti psicostimolanti e allucinogeni dell’Mdma”.

I luoghi di produzione

Finora i consumatori si sono regolati con i “marchi” di fabbrica impressi sulle pasticche: un ferro di cavallo, il logo di una casa automobilistica, qualsiasi cosa. Ma la tutela legale del marchio è impossibile sul mercato clandestino, perciò spesso accade che con uno stesso marchio vengano venduti prodotti assai diversi, in dosaggi e miscele differenti: e l’imprevedibilità aumenta i rischi che corre chi consuma le pastiglie. Rispetto al passato, la provenienza delle forniture è più variegata: l’Olanda resta il paese-guida per questo genere di produzione, ma ci sono anche Belgio, Svizzera, Germania e paesi dell’Est europeo. In questi ultimi, il progressivo smantellamento dell’industria di Stato ha reso disponibili grandi quantità di personale qualificato: dove sono, cosa fanno oggi i chimici disoccupati provenienti dal comparto farmaceutico o dalle fabbriche di armamenti?

Il fenomeno è ben lontano dal conoscere una flessione, anche perché finora è risultato piuttosto sfuggente anche sul piano giuridico. “Tra la scoperta da parte degli investigatori di una nuova droga sintetica e il suo inserimento nelle tabelle delle sostanze proibite, possono passare anche più di sei mesi”, conferma Micalizio, “e il nostro lavoro diventa assai più difficile. Perciò ora si sta valutando l’opportunità di passare dal metodo analitico a quello analogico: per classificare una sostanza tra le droghe pericolose ci si potrebbe basare sui suoi effetti piuttosto che sulla sua composizione”.

Le droghe social

Dietro il successo apparentemente inarrestabile delle droghe sintetiche, c’è la loro effettiva capacità di favorire la socializzazione: allentano i freni inibitori, alzano tutte le soglie di resistenza (alla fatica, al sonno, alla fame, per questo sono dette amfetaminosimili) e alcune hanno anche effetti allucinogeni simili all’Lsd e alla mescalina. Ma ecco il rovescio della medaglia: come ricorda il recente caso del ragazzo bresciano ucciso da una pasticca, in qualche caso – sebbene non frequentissimo – le droghe sintetiche possono portare alla morte. Poi ci sono le conseguenze sul sistema nervoso. Il cosiddetto “effetto down”, per esempio, che tende a diventare più pesante dopo ogni occasione di consumo, spinge ad aumentare le dosi per ritirarsi su o a far ricorso a cocktail più forti, e talvolta introduce i giovani consumatori nel mercato delle droghe tradizionali come la cocaina. Per converso, negli Stati Uniti gli studiosi segnalano anche un ritorno all’eroina, magari fumata o sniffata invece che iniettata, usata per ridurre gli effetti di ipercinesia (eccesso incontrollabile del movimento del corpo) indotti dagli amfetaminici. E tra i danni che il consumo abituale di ecstasy e simili può produrre, secondo alcuni studi sta emergendo anche l’impotenza.

Ma anche il discorso sui danni va aggiornato con il mutare del mercato e l’apparire di nuovi prodotti. E’ di poche settimane fa la denuncia, da parte del Telefono antiplagio, di un sito Internet che propagandava il Ghb. Usato da solo o in associazione con altre sostanze, tra i suoi effetti conosciuti c’è quello di annullare la volontà di chi lo assume. “Gli assuntori rischiano di essere trasformati in degli zombie”, avverte la dottoressa Macchia, “anche perché spesso sulle pastiglie si appuntano aspettative eccessive: e quando l’effetto ritarda o non arriva nella misura e nella forma attesa, come è capitato con l’assai reclamizzato 4Mta, i ragazzi ne prendono dell’altro e vanno in sovradosaggio o ricorrono a miscele di più sostanze, di norma associate ad alcool”.

L’attenzione sul problema ecstasy, insomma, è più che giustificata. Anche se “come spesso accade in Italia”, sottolinea Micalizio, “si è passati dal livello di attenzione zero a mille. Non serve fare del terrorismo, gridare ai quattro venti che ‘di ecstasy si muore’. Bisogna spiegare invece che si tratta di droghe e che fanno male. E dal punto di vista dell’azione di contrasto, il problema non può certamente essere risolto in un paese solo: serve un impegno mondiale, perché il problema è mondiale”.

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