Il difficile dialogo fra primati

Chantek va matto per gli hamburger, e per questa passione spende buona parte della sua “paghetta”. Sa sistemare la sua stanza, ma ha qualche difetto: mente almeno tre volte la settimana. Una volta ha detto che doveva andare a far pipì, e invece si è chiuso in bagno solo per giocare con lo spruzzo della doccia. Un po’ discolo, insomma. Gli manca solo la parola. Già, perché Chantek è un orango di 20 anni, allevato dall’antropologa americana Lynn Miles. Non parla, naturalmente, ma in compenso conosce 150 segni della lingua dei sordomuti e li usa per comunicare desideri, far domande e, appunto, per dire bugie.

Da anni gli studiosi tentano di capire se i primati possano imparare a comunicare tra di loro e con gli esseri umani attraverso un linguaggio vero e proprio. Ma fino a questo momento i risultati delle ricerche si sono rivelati ambigui. E c’è chi dubita che su questa strada si possa mai giungere a risultati significativi. Le fondamentali differenze fisiologiche tra l’uomo e i grandi primati, che pure condividono oltre il 98 per cento del patrimonio genetico, fanno apparire questi tentativi del tutto velleitari. In effetti lo sviluppo cerebrale che permette all’uomo di controllare la fonazione è eccezionale rispetto agli altri primati. Nell’emisfero sinistro del cervello vi sono aree deputate al linguaggio, strettamente collegate tra loro: l’area di Werniecke, per la comprensione delle parole, e l’area di Broca, che controlla, anche se non da sola, l’emissione della voce. Negli scimpanzé non sembra esserci una simile articolazione, manca un omologo dell’area di Broca e ci sono meno connessioni.

Proprio in questi giorni, però, uno studio pubblicato su Science sembra rimettere in discussione convinzioni radicate da decenni: il cervello dell’uomo e quello degli scimpanzé potrebbero essere più simili di quanto si pensi. E’ quanto afferma Patrick Gannon, un ricercatore della New York’s Mount Sinai School of Medicine. Secondo lo studioso, nello scimpanzé – così come nella specie umana – il “planum temporale”, una componente chiave dell’area di Werniecke, è più sviluppato nell’emisfero sinistro che in quello destro. Una asimmetria, questa, a favore della parte del cervello deputata al linguaggio, ritenuta finora una caratteristica tutta umana. Gannon l’ha invece ritrovata in ben 17 sui 18 scimpanzé sottoposti a risonanza magnetica, e altri ricercatori sostengono di averla osservata anche in oranghi e gorilla. “Il planum temporale è la stessa area che usano i sordomuti quando comunicano con il linguaggio dei segni”, afferma lo studioso. L’affinità anatomica però non dimostra che scimpanzé e altri grandi primati possiedano capacità linguistiche di tipo umano. “Piuttosto”, dice Ralph Holloway, un antropologo della Columbia University che ha collaborato alla ricerca, “essa può far pensare che gli scimpanzé abbiano capacità comunicative superiori a quello che si riteneva”. Finora si è tentato di insegnar loro dei sistemi di comunicazione umani; adesso, secondo lo studioso, si può cominciare a studiarne il linguaggio. Potrebbe trattarsi, secondo Halloway, di un complesso sistema di gesti, espressioni facciali e suoni. Il prossimo passo della ricerca sarà osservare utilizzando la Pet (la tomografia a emissione di positroni) il cervello di questi animali mentre comunicano.

Ma torniamo a Chantek, che da anni è una star dei media. Lo zoo di Atlanta ha investito circa un milione di dollari per ospitarlo in una struttura dove può comunicare con il pubblico. E allora: questo orango è solo un fenomeno da baraccone, o può essere considerato un “ambasciatore” delle scimmie nel mondo degli umani? Le risposte degli studiosi non sempre concordano. Molti diffidano degli animali “parlanti”, pensando che appartengano più al mito e alle favole infantili che alla realtà. E poi, anche per lo scienziato più rigoroso c’è sempre il rischio di antropomorfizzare, ovvero di attribuire agli animali capacità e sentimenti che invece sono solo umani. O di partire da un presupposto sbagliato. Nei primi anni Cinquanta, per esempio, Cathy e Keith Hayes, una coppia di ricercatori dello Yerkes Laboratory of Primate Biology di Atlanta, provarono a insegnare l’inglese a Vicki, uno scimpanzé quasi neonato. Lo allevarono come un figlio, ma a sei anni Vicki aveva imparato a pronunciare solo quattro parole (Mama, Papa, cup, up). Forse Vicki non era particolarmente sveglio, ma c’era di mezzo soprattutto un handicap anatomico: gli scimpanzé non hanno un apparato fonetico in grado di produrre i suoni del linguaggio umano.

Altri ricercatori pensarono di aggirare questo ostacolo insegnando agli scimpanzé il linguaggio dei sordomuti americani: un sistema di segni fatti con le mani nel quale ogni simbolo può variare in grado di astrazione. Per esempio, il segno per “fiore” si ottiene unendo le estremità delle dita e portandole alle narici: un segno che mima l’azione di annusare un fiore. Altri segni sono più astratti. Per esempio, quello per “cane” si ottiene dando delle pacche sulla coscia. In qualche caso, il sistema sembrò funzionare. Nella seconda metà degli anni Sessanta, sotto la guida dei coniugi Gardner, due psicologi della University of Nevada, e poi di Roger e Deborah Fouts della Central Washington University, Washoe, una femmina di scimpanzé, mostrò di aver imparato a comunicare con il linguaggio dei segni e di conoscere, secondo i suoi tutori, alcune regole base della sintassi.

Ancora più sorprendente la performance di Koko,una giovane gorilla che a sei mesi dall’inizio dell’insegnamento aveva imparato a combinare segni, fare domande, inventare gesti, nominare spontaneamente gli oggetti e parlare con se stessa. La sua tutrice, Francine Patterson, oggi a capo della Gorilla Foundation, in California, faceva fatica a tenere il conto delle parole conosciute da Koko, che per conto suo inventava nuovi termini per oggetti sconosciuti: “baby elefante” per indicare un Pinocchio di legno, “bottiglia fiammifero” per accendino, “occhi cappello” per maschera. Koko ha rivelato anche un’altra capacità: mentire. Una volta, scoperta a rosicchiare una matita e ripresa dall’istruttore, la gorilla fece il segno per “labbra” fingendo di mettere il rossetto.

Questi e altri risultati furono ampiamente divulgati dai mass media e alcuni ricercatori invitati nei talk show televisivi dichiararono che le scimmie erano in grado di costruire frasi di diverse parole. Ma qualcuno non era convinto. Esaminando i video delle “conversazioni” tra ricercatori e scimpanzé, altri studiosi decretarono che gli animali, più che utilizzare attivamente il linguaggio, avevano semplicemente imparato a compiacere l’uomo contorcendo le mani in ogni sorta di configurazione. E i ricercatori, in buona fede, credevano di leggere in quei gesti sconclusionati delle parole. Infine, in un articolo su Science dal titolo “Può una scimmia creare una frase?”, Herbert Terrace – uno psicologo che nel ‘79 aveva cercato capacità sintattiche in un giovane scimpanzé da lui chiamato Nim Chimpsky – concluse che la risposta a questa domanda fosse: “no”.

Così, alla fine degli anni Settanta la credibilità scientifica di questi studi subì un duro colpo. “I primi tentativi di insegnare a un primate a “parlare” con i segni furono deludenti”, ammette Sue Savage-Rumbauh, del Language Researche Center di Atlanta, “ma c’è da dire che a Washoe, per esempio, fu insegnato solo a parlare, non ad ascoltare”. Una omissione cruciale, secondo la studiosa, che allora decise di raccogliere la sfida. Per evitare l’ambiguità del linguaggio dei segni, insieme a Duane Rumbaugh mise a punto allo Yerkes Lab di Atlanta un dispositivo per comunicare in modo interattivo con le scimmie. In pratica, una tastiera portatile dotata di una dozzina di pulsanti marcati con simboli geometrici, i lessigrammi, che, se premuti, “suonano” una determinata parola.

Oggi Sue Savage-Rumbaugh ritiene che gli scimpanzé abbiano le stesse capacità cognitive di un bambino di due anni e mezzo. I suoi attuali pupilli, Kanzi e Panbanisha, due bonobo (gli scimpanzé “pigmei” che per le loro maggiori attitudini sociali sono i più simili all’uomo), avrebbero imparato a comprendere frasi complesse in inglese e a usare un linguaggio simbolico per comunicare spontaneamente con il mondo esterno. Nessuno dei due ha ricevuto un insegnamento strutturato. Kanzi ha imparato il linguaggio della tastiera assistendo alle lezioni impartite alla sua madre adottiva. Anche Panbanisha, cresciuta in compagnia di umani che gli hanno sempre parlato in inglese, indicando i simboli sulla tastiera, ha imparato ciò che voleva e quando voleva. “Queste sono le condizioni che richiedono gli scimpanzé per imparare a comprendere il linguaggio almeno come un bambino di tre anni”, dice la Savage-Rumbaugh. Secondo la studiosa, Kanzi e Panbanisha rispondono correttamente anche a domande nuove, persino al primo colpo. Inoltre mostrano di intuire gli stati mentali degli altri e di saper interagire con il linguaggio. In accordo con la prospettiva darwiniana, la ricercatrice sostiene che la differenza tra il linguaggio umano e quello di questi primati è solo quantitativa e non qualitativa. Ed è convinta che la comprensione del linguaggio sia il passaggio obbligato per l’apprendimento.

Altri studiosi, per lo più linguisti, pensano però che i risultati della Savage-Rumbaugh siano illusori. Steven Pinker, un cognitivista del Massacchusetts Institute of Technology che studia l’acquisizione del linguaggio nei bambini, pensa che i due bonobo non abbiano appreso una sintassi di per sé, ma solo a premere il bottone giusto perché l’umano gli consegni una banana o altri pezzi di cibo. Niente di più di quanto fanno gli animali ammaestrati nei circhi.

“I linguisti usano una doppia misura”, ribatte Shanker, filosofo della York University di Toronto. “Negano valore a certe capacità (come mettere insieme un nome e un verbo per formare una frase di due parole) che invece considerano come segni di una nascente abilità linguistica nei bambini molto piccoli. Prima affermano che la sintassi è fondamentale per poter parlare di linguaggio, e ora che la Savage-Rumbaugh ha dato loro le prove che chiedevano, alzano di nuovo il tiro”.

Anche Noam Chomsky, linguista al Massachusetts Institute of Technology, ritiene che tentare di insegnare alle scimmie il linguaggio umano sia insensato, come tentare di insegnare a un uomo a mulinare le braccia per volare. “Gli esseri umani”, dice Chomsky, “possono elevarsi in aria per due metri e mezzo, come fanno gli atleti alle olimpiadi. Questo significa che sanno volare? La questione è priva di senso. L’analogia con il volo è fuorviante, perché quando un umano vola per 250 centimetri, gli organi che usa sono qualcosa di omologo a quelli usati dai polli e dalle aquile. Ali e braccia hanno infatti la stessa origine evolutiva. Qualsiasi cosa facciano le scimmie, non è omologo a quello che facciamo noi”. Per Chomsky non esiste alcuna prova che le espressioni degli scimpanzé emergano da un “organo del linguaggio”, un meccanismo innato e unico nell’uomo, presumibilmente situato nel cervello, e all’origine di una grammatica comune a tutte le lingue umane.

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