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James Watson scrittore

di
Luca Passacielo

James Watson può essere considerato a buon diritto uno dei più influenti biologi del Novecento. Nel 1953, giovane venticinquenne emigrato in Europa dall’America, insieme a Francis Crick propone la celebre struttura a doppia elica del Dna, un’icona non solo scientifica del ventesimo secolo. Da allora la sua carriera è stata travolgente, ricoprendo ruoli centrali nelle istituzioni più importanti per le scienze della vita. Dal 1968 è al Cold Spring Harbor Laboratory negli Usa: prima come direttore, poi come presidente nell’ultimo decennio.

Lungo mezzo secolo di lavoro ha tenuto corsi, scritto libri e articoli, editato riviste, ecc. ecc. : insomma tutta l’attività editoriale normalmente connessa al lavoro scientifico. Tuttavia, Watson veniva da una famiglia per la quale la cultura era fondamentale, e quindi fondamentali era la scrittura: “Sono nato in una famiglia con tre valori fondamentali. Uno era l’importanza dei libri e la convinzione che la conoscenza avrebbe liberato l’umanità dalla superstizione”. Così dichiarava Watson nel saggio autobiografico contenuto in “Geni Buoni, Geni Cattivi”.

Errol C. Friedberg The Writing Life of James D. Watson. Cold Spring Harbor Laboratory Press, 2004 pp.160, euro 24,13

 

Naturale – genetico? – che Watson dedicasse un’attenzione molto particolare alla scrittura come forma di espressione. È di questo che tratta il breve e interessante libro di Errol C. Friedberg “The Writing Life of James D. Watson”: non del Watson scienziato – soggetto/oggetto storico ormai analizzato in quasi tutti i suoi aspetti – ma dello scrittore e del suo uso delle parole. Il volume analizza principalmente gli scritti che hanno preso forma di libro, in sezioni suddivise a seconda degli scopi delle pubblicazioni. Si apre con le biografie: il recente “I geni del genio. La doppia elica, le ragazze e un fisico di nome Gamow” ma soprattutto il celebre e controverso “La doppia elica”. Quest’ultimo, una ricostruzione della scoperta della struttura del Dna, provocò reazioni molto forti da parte dei colleghi di Watson.

Nei documenti riprodotti nel volume di Friedberg si legge che Crick si oppose duramente alla pubblicazione del volume, con obiezioni non solo sui dettagli scientifici: “La mia critica è sulla larga diffusione di un libro che invade grossolanamente la mia privacy, e ancora devo sentire una scusa adeguata per una tale violazione di amicizia. Se pubblichi il tuo libro ora, a fronte della mia opposizione, la storia ti condannerà”. Inutile dire che Watson ignorò bellamente tali critiche, guadagnandosi il prestigio del primo racconto di una delle più importanti scoperte di ogni tempo.

Le parti successive sono dedicate rispettivamente all’attività di divulgatore e avvocato della biologia, e di autore di manuali specialistici. È la parte più consistente della produzione letteraria di Watson, anche perché sin dall’inizio degli anni Settanta la biologia ha avuto un forte impatto sull’opinione pubblica. Dalle controversie riguardo il Dna ricombinante fino al Progetto Genoma Umano, le scienze della vita hanno suscitato timori e critiche, cui i ricercatori hanno risposto spesso con il paternalismo e la richiesta di fiducia incondizionata nell’avanzamento delle conoscenze. Watson non è stato esente da questi difetti, tuttavia ha fatto un grande sforzo di divulgazione e di modernizzazione, direttamente percepibile anche nei testi diretti agli studenti universitari, nei quali ha profuso non solo le sue conoscenze, ma anche la passione per il lavoro della scienza.

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