Le cellule del sistema immunitario muoiono intossicate dalle loro stesse scorie, che derivano dalla produzione degli anticorpi. Non si tratta di un errore, ma di una vera e propria morte programmata: se vivessero più a lungo potrebbero portare all’insorgenza di malattie autoimmuni e tumori. L’ulteriore meccanismo di protezione delle plasmacellule, le sentinelle incaricate di difendere l’organismo dagli attacchi esterni, è stata studiata da un gruppo di ricerca dell’ospedale San Raffaele di Milano, in collaborazione con il proprio Istituto scientifico universitario, con l’Università degli Studi di Brescia, di Genova, di Torino e con l’Université de la Meditérranée di Marsiglia. La ricerca sarà pubblicata su Embo Journal, la rivista dell’Organizzazione Europea di Biologia Molecolare, il prossimo 8 marzo. Per combattere virus e batteri, i linfociti B, alcune cellule del sistema immunitario, mutano la loro struttura, trasformandosi in plasmacellule, in grado di produrre migliaia di anticorpi al secondo. Queste cellule, però, muoiono dopo appena quattro o cinque giorni per l’accumulo di proteine difettose (il materiale di scarto). Ciò avviene perché i proteasomi, le strutture cellulari incaricate del pocesso di smaltimento, sono troppo pochi per far fronte alla straordinaria efficienza di questa “fabbrica” di anticorpi. L’apoptosi, cioè la morte cellulare programmata, è un meccanismo fondamentale per prevenire l’insorgenza di tumori. La comprensione dell’apostosi potrebbe avere anche delle implicazioni nello studio delle cellule tumorali, in cui proteasomi riescono normalmente a smaltire le scorie dell’attività cellulare. (t.m.)





