L’argomento è scottante: quanti metri ci vogliono per separare una coltura geneticamente modificata da una tradizionale in modo che la seconda non risulti contaminata dalla prima? O meglio che la contaminazione risulti al di sotto dello 0,9 per cento, soglia stabilita dall’Unione Europea? È il problema della coesistenza, la possibilità cioè per un agricoltore di coltivare Ogm senza che il suo vicino, caso mai avesse fatto una scelta diversa, ne sia condizionato. La risposta arriva da uno studio condotto del Centro di documentazione sulle agrobiotecnologie e presentato lo scorso 27 gennaio alla Fiera di Cremona nel corso di Vegetalia, incontro sull’innovazione agromeccanica: circa 20 metri.
I risultati italiani, che confermano i dati accumulati nel corso di questi ultimi anni in altri paesi europei come Germania e Svizzera, arrivano a seguito di una sperimentazione condotta nel 2005 in Lombardia che ha valutato la diffusione del polline tra coltivazioni contigue di mais. Per farlo sono state usate varietà tradizionali colorate: in Italia, infatti, è vietata la sperimentazione scientifica in campo aperto con piante geneticamente modificate. Ebbene, i ricercatori del Cedab hanno concluso che nella pianura padana, in condizioni ottimali, c’è bisogno almeno di 17,5 metri di zona cuscinetto fra un campo Gm e uno tradizionale.
L’area di decongestionamento deve essere coltivata a mais, né un’altra coltura né il suolo nudo garantirebbero lo stesso risultato.”Il mais piantato nella zona cuscinetto serve a diluire e ad assorbire il polline che arriva dalla varietà Gm”, spiega Giuseppe Lauria, biologo del Consiglio dei diritti genetici, organismo di ricerca e comunicazione sulle biotecnologie. “Ma diversi studi internazionali dimostrano che la distanza in caso di terra non coltivata passa ad almeno 200 metri. La proporzione è di circa una fila di mais per 10 metri di suolo nudo”.
Le stime del Cedab sono però calcolate per eccesso perché per la sperimentazione è stata usata una varietà omozigote, in cui la modificazione genetica era presente cioè nel 100 per cento del polline, mentre nel caso del mais Gm si tratta di varietà eterozigote, il polline Gm cioè è solo la metà. “Ci si è voluti mettere nella condizione peggiore per quel che riguarda il polline, un atteggiamento scientificamente corretto, ma poi non si è usato lo stesso metro per quel che riguarda le condizioni meteorologiche”, commenta ancora Lauria.
Umidità, piogge e vento forte possono infatti modificare il tasso di contaminazione e il luogo scelto per la sperimentazione – sette aziende agricole nelle province di Brescia, Mantova, Milano, Cremona e Lodi, situate nella parte centrale della fascia italiana del mais – non presenta le caratteristiche di “caso peggiore”. “Il polline in condizioni normali ha una vitalità di due ore, un tempo in cui può essere trasportato a distanza di chilometri dalle correnti di alta quota: insomma non è scientificamente possibile escludere una contaminazione a distanza elevata”, va avanti Lauria.
Lo studio del Cedab ha il merito di fornire un dato italiano su cui discutere e di cui la conferenza Stato-Regioni dovrà tenere conto quando presenterà le conclusioni del gruppo di lavoro incaricato di redigere le linee guida per lo sviluppo di piani di coesistenza tra colture geneticamente modificate, convenzionali e biologiche: documento fermo sul tavolo da diversi mesi ma che dovrà vedere la luce entro il 2006 se l’Italia non vuole incorrere in una procedura di infrazione da parte della Commissione Europea.
Il regolamento dovrà decidere, per esempio, se i metri di zona cuscinetto siano a carico del contaminante, dell’agricoltore cioè che pianta varietà Gm, o del possibile contaminato; cosa dovrà essere seminato in quel pezzo di terra (semi Gm o no?); come ci si dovrà comportare in caso di contaminazione superiore allo 0,9 per cento nel campo tradizionale, ecc. “La problematica è molto complessa e soprattutto se parliamo di piccoli appezzamenti di terra la soluzione della zona cuscinetto è impraticabile”, commenta Matteo Lener biologo del Cdg. “Per questo bisognerà che la conferenza Stato-Regioni stabilisca delle zone omogenee in cui si coltiva o meno varietà Gm”, conclude l’esperto. Ma certo la scelta non sarà facile.





