Silvio Ciappi (a cura di)
Periferie dell’impero
DeriveApprodi
pp 217, euro 15,00
Sembra ormai chiaro che il modello economico prevalente, detto da molti “globalizzazione”, tenda a dividere il mondo in due parti contrapposte, accentuando disuguaglianze e disgregazioni interne alle comunità. Milioni di poveri affollano le periferie del mondo, un’intera classe di marginali e di esclusi ricattati dalla precarietà economica, su cui si sperimentano le più efficienti politiche di sicurezza, indirizzate per lo più verso un rafforzamento delle funzioni di controllo sociale in mano al diritto penale e alle strutture penitenziarie. L’aumento delle spese di controllo e sicurezza (anche precedente l’11 settembre) è un segno di come tale paradigma sia divenuto un modello di sviluppo locale capace di far muovere un consistente capitale politico d’investimento.È questa la linea scelta da Silvio Ciappi, presidente di Ares (Associazione Ricerca e Sviluppo sociale), nel curare i sedici contributi, principalmente di area americana, raccolti in questo volume.Il termine “periferia” suggerisce un’idea di distanza e di subordinazione a un potere centrale: all’interno del nuovo ordine mondiale indica una collocazione geografica e sociale ben precisa, riferendosi infatti a quell’80% del mondo costretto a vivere in condizioni di miseria, e sul cui sfruttamento si fonda il benessere del restante 20%. Un vero e proprio continente-fortezza quello in cui viviamo, spiega Naomi Klein nel suo intervento, costruito su un movimento continuo di apertura e chiusura delle frontiere, tale da mantenere inalterati i rapporti di disuguaglianza che garantiscono il funzionamento del sistema in chiave neoliberista. È questa una scommessa vitale per il Nord. In questo scenario il carcere diventa sinonimo di efficacia e competitività, strumento in grado di catalizzare le ansie e la domanda di sicurezza e di garantire la completa immobilizzazione dei nuovi esclusi, in sintonia con quanto avviene nei non-luoghi delle periferie urbane. La dualizzazione del mondo è infatti molto più prossima di quel che sembri, e senza spingersi fin dentro le favelas brasiliane, basta osservare le nostre metropoli per rendersene conto. “Le città globali”, scrive Saskia Sassen, “si configurano come nuove geografie della centralità e dell’emarginazione”, luoghi ove la concentrazione dei nuovi poveri in zone degradate ha accentuato una polarizzazione economica che, lungo l’equazione “quartieri periferici = classi pericolose”, si è prestata all’incarnazione di una nuova idea di estraneità sociale. Ma le città sono anche i luoghi ove le contraddizioni della modernità esplodono in maniera più conflittuale, “come reazione alla violenza strutturata scatenata contro i poveri da una serie di mutamenti economici”, per dirla con Loic Wacquant, e in cui “il divario sempre più profondo, la disuguaglianza e l’ingiustizia vengono ormai identificati con l’insensibilità e la repressione da parte della polizia”, a giudicare almeno dalle rivolte di Los Angeles, Bristol, Lione e Parigi dei primi anni Novanta.Le analisi raccolte in Periferie dell’Impero offrono il doppio vantaggio di sovrapporre la portata globale e la dimensione locale del paradigma della sicurezza che, come afferma il sociologo Zygmunt Bauman, “in un mondo sempre più individualizzato e privatizzato è una questione da risolvere con il sistema fai-da-te”, con un effetto di ripiegamento nella comunità e nella famiglia come spazi sociali ed economici decisivi. Sulle macerie del welfare e degli strumenti formali di pressione politica è andata configurandosi così una sfera priva di natura giuridica. Una sfera del “controllo sociale informale”, dicono i criminologi, che attraversa i campi dell’agire sociale e organizza le forze del nuovo ordine mondiale in maniera pervasiva, spingendole dai paesi del Sud del mondo e dai ghetti occidentali fin dentro le relazioni con la famiglia, le comunità ed il lavoro di ogni singolo individuo.





