Le prime tracce di vita sulla Terra

3,43 miliardi di anni fa, quando la Terra era ancora giovane e inospitale, quasi senza ossigeno, forse la vita era già presente. Dopo che, lo scorso febbraio, i ricercatori della Pennsylvania State University hanno definitivamente escluso dalla categoria “resti biologici” le formazioni trovate nelle rocce di Apex Chert, di quasi 3,5 miliardi di anni (rinvenute in Australia negli anni 80), nuove concrezioni si candidano al titolo di fossili più antichi del mondo. A presentarli su Nature Geoscience è un gruppo di ricerca dell’Università di Oxford, in uno studio condotto in collaborazione con la University of Western Australia

Il rinvenimento è avvenuto in una zona di enormi formazioni di arenaria, nella regione di Pilbara, nella parte più a Ovest dell’Oceania. In questa sabbia i ricercatori hanno osservato delle strutture che potrebbero essere residui di antiche cellule, con un diametro che va dai 5 agli 80 nanometri e che presentano una forma tubulare, sferica ed ellissoidale. Queste possibili cellule sono raccolte in piccoli gruppi, e sembrano aver formato catene per rivestire quelli che un tempo erano granelli di sabbia (vai alla gallery su Flickr). 

La loro morfologia ricorda quella di alcuni organismi unicellulari ancora presenti sul pianeta, i solforiduttori, e come questi anche loro probabilmente si nutrivano di zolfo, ovvero processavano questo elemento durante la respirazione. Una caratteristica, questa, che oggi potrebbe sembrare strana: perché respirare zolfo invece che ossigeno, come la grande maggioranza delle forme viventi? Per rispondere alla domanda bisogna tenere presente che 3,5 miliardi di anni fa l’atmosfera era ricca di metano e l’ ossigeno scarseggiava, perché non vi erano ancora piante a produrlo tramite la fotosintesi.

Sebbene tutti gli indizi raccolti dai ricercatori lasciano supporre che si tratti proprio di resti di una forma di vita, non se ne può avere certezza. Le analisi, in questi casi, sono molto difficili da condurre ed è dunque complicato avere una prova definitiva che si tratti di cellule. 

Rispetto ai “finti” fossili di Apex Chert, questa volta i paleobiologi hanno dalla loro parte i risultati dell’analisi della struttura fisica dei microfossili e lo studio a livello geologico e chimico delle formazioni di arenaria in cui sono stati ritrovati. In particolare, secondo l’équipe, sarebbe la forma di quelle descritte come pareti cellulari a dimostrare la natura organica dei ritrovamenti: i bordi di queste cellule sono infatti di spessore uniforme, a differenza di quelle dei composti inorganici di carbonio di origine geologica, che hanno pareti di spessore variabile. Inoltre, all’analisi chimica, questi fossili risultano sprovvisti di molecole di carbonio 13 – l’ isotopo di carbonio più pesante che si possa trovare naturalmente nell’atmosfera. Questo, secondo i ricercatori, sarebbe segno di attività biologica, poiché gli organismi viventi tendono a preferire il carbonio 12, una forma più leggera dell’elemento, per i loro processi naturali. “Questa scoperta potrebbe risolvere la controversia sull’esistenza di forme di vita sulla Terra in stadi molto precoci della sua storia. La cosa eccitante è come ritrovamenti simili riportino quell’ottimismo sul ruolo della ricerca che a volte abbiamo perso”, ha commentato su Nature Martin Brasier, autore dello studio.

Riferimento: doi:10.1038/ngeo1238

Via Wired.it

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