“Un trattamento precoce serve a ritardare il decorso della sclerosi multipla, riducendo il numero di attacchi e dilatandoli nel tempo”. Così Giancarlo Comi, direttore del Centro sclerosi multipla dell’Ospedale San Raffaele di Milano, commenta i risultati di uno studio condotto da 57 centri europei e da lui coordinato, pubblicato sulla prestigiosa rivista The Lancet. Il medicinale utilizzato per la ricerca è un cortisonico, il già noto interferone beta, ma i risultati ottenuti aprono nuove prospettive nella cura di tutte le malattie autoimmuni. Compresi il diabete e l’artrite reumatoide.
“Con il passare del tempo queste malattie portano a un’alterazione e a una complicazione del sistema immunitario. Se si interviene immediatamente, quando il disordine immunologico è meno complesso, si ottengono risultati migliori usando dosi più contenute di medicinale”, spiega Comi. E aggiunge: “trattare precocemente la sclerosi multipla serve anche a prevenire la formazione di nuove lesioni, alla base dei deficit neurologici permanenti che la malattia provoca nelle fasi avanzate”.
La sclerosi multipla infatti è causata da una risposta anomala del sistema immunitario diretta contro il sistema nervoso centrale. In particolare contro la mielina, la guaina che protegge le fibre nervose del cervello e del midollo spinale. Generalmente si presenta con fasi di attacco e fasi di recupero, ma se non si interviene tempestivamente per bloccarne il suo decorso è fonte di gravi disabilità. Oggi questa malattia colpisce circa 50 mila italiani tra i 15 e i 45 anni, soprattutto donne. Compare all’improvviso con alcuni sintomi neurologici, per esempio disturbi alla vista o alla mobilità, che poi scompaiono rapidamente. Generalmente, a breve distanza di tempo i sintomi di ripetono, anche se spesso sono seguiti da un recupero completo. Ma con il passare del tempo alle fasi di attacco non segue un recupero completo, e subentrano così delle menomazioni che via via si aggravano.
Lo studio, condotto per due anni su un campione di 309 pazienti, ha mostrato che il trattamento a base di interferone beta previene e ritarda la comparsa degli attacchi. Il campione selezionato era al primo stadio della malattia (aveva cioè manifestato soltanto un episodio neurologico). I ricercatori lo hanno diviso in due gruppi: uno ha seguito la terapia a base di interferone, all’altro invece è stata somministrata un’iniezione di placebo. Così si è verificato che nel gruppo di controllo cui è stato somministrato il placebo il 45 per cento dei malati ha presentato un nuovo attacco della malattia, contro il 34 per cento nel gruppo trattato con l’interferone. La differenza tra i due trattamenti è stata una riduzione degli attacchi del 24 per cento. Inoltre nel gruppo che ha ricevuto l’interferone beta la comparsa media di ogni attacco è stata ritardata di quasi un anno. Questi risultati sono stati inoltre supportati dagli esami di risonanza magnetica, condotti dal Centro per l’analisi dei biosegnali del San Raffaele e coordinate da Massimo Filippi. Questi hanno mostrato che il numero di nuove lesioni cerebrali e l’aumento del loro volume si sono ridotti nei pazienti trattati con l’interferone.
Ma Giancarlo Comi non è nuovo a risultati di rilievo nella lotta alla sclerosi multipla. Già nello scorso aprile la sua équipe aveva infatti presentato un altro farmaco da impiegare nella fase precoce della malattia, il Glatiramer acetato. “Questo medicinale rappresenta una terapia alternativa all’interferone”, spiega Comi. Uno studio italo-canadese ha dimostrato che è in grado di ridurre fino al 40 per cento le lesioni cerebrali dei malati e il volume del tessuto cerebrale danneggiato.
E’ diversa, invece, la terapia da somministrare ai pazienti che si trovano in uno stato avanzato della malattia. “In questi casi”, prosegue Comi, “è necessario un trattamento shock: si ricorre infatti alla cosiddetta immunosoppressione. Uno studio in collaborazione tra il Centro del San Raffaele e il centro di Rheim in Francia sta sperimentando una terapia che combina l’interferone beta e il mitoxantrone. Prima di passare alla terapia cortisonica, i pazienti devono assumere questo farmaco per sei mesi”.





