Long Covid, la lunga convalescenza dopo il coronavirus

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(Credits: NIAID CC via Flickr)

Poco più di un anno. Da tanto conosciamo il coronavirus e l’emergenza che ha portato ovunque. Tra i primi temi legati allo studio degli effetti di questo virus sconosciuto è emerso abbastanza precocemente quello sulle conseguenze: cosa accade, cosa rimane, dopo la guarigione o l’uscita dall’ospedale? Perché a volte, purtroppo, non finisce tutto con la guarigione o le dimissioni. A tornare sul tema di quello che è stato ribattezzato come long Covid, – una sindrome associata a Sars-CoV-2 con sfumature e intensità diverse – è stata in questi giorni la rivista Lancet, che ha provato a fotografare l’estensione del fenomeno, in quello presentato come lo studio più ampio e con il più duraturo follow-up sul tema (circa 6 mesi, su 1700 persone) per gli adulti con Covid-19 dimessi dagli ospedali. Il risultato? Il 76% riferisce almeno un sintomo durante il follow-up: fatica, debolezza muscolare, difficoltà nel dormire, perdita dei capelli, disturbi dell’olfatto e del gusto, palpitazioni, dolori alla articolazioni, perdita dell’appetito, vertigini. Il 23% riportava ansia e depressione nei mesi a seguire.

Long Covid, chi ne è colpito

La lista dei sintomi associati agli strascichi del Covid non sorprende. Di report sulla sindrome del long Covid se ne sono accumulati diversi negli ultimi mesi, mostrando che alcuni di quelli che caratterizzano la malattia continuavano a essere riferiti anche dopo la guarigione. E non sembrano apparentemente risparmiare completamente nessuna categoria: stanchezza, affanno, sono stati riferiti, abbastanza comunemente, anche tra persone giovani e senza fattori rischio. E anche tra chi ha avuto solo sintomi lievi sono stati segnalati problemi che si sono protratti nel tempo, come quella condizione di confusione, difficoltà di concentrazione soprannominata nebbia mentale, sintomi cognitivi secondo alcuni ricollegabili alla capacità del virus di penetrare nel cervello.

La dimensione del fenomeno

Forse a sorprendere di più dai risultati dello studio su Lancet è la dimensione del fenomeno: circa tre quarti delle persone che hanno avuto Covid – e che sono state in ospedale, e quindi realisticamente tra i casi di infezioni più gravi – non sta del tutto bene a distanza di mesi. La fase acuta è seguita da uno strascico di sintomi che riguarda tante persone: la convalescenza è lunga. E in una percentuale considerevole di casi, dal 20 al 50% circa, almeno secondo i dati raccolti dallo studio, si osservano anomalie a livello polmonare (come osservato già in passato per le persone che avevano avuto la Sars), soprattutto per i casi più gravi di malattia, quelli anche più colpiti dagli strascichi. Ma sono state osservate anche persistenti disfunzioni renali, scrivono gli autori, anche in persone che durante la fase acuta non presentavano problemi (sebbene questo dato in particolare vada preso con cautela, nota un commento a firma italiana in accompagnamento al paper).

Ambulatori e linee guida per Long Covid

“Un follow-up continuo dei pazienti con Covid-19 dimessi è necessario e fondamentale – si legge nel paper – non solo per comprendere l’associazione tra le condizioni extrapolmonari e l’infezione da Sars-Cov-2, ma anche per cercare di ridurre la morbidità e la mortalità con una efficiente prevenzione”.  Accanto a questo, sottolineano gli autori, prima ancora sono necessari studi di follow-up più estesi, per comprendere tutte le manifestazioni legate a Covid-19. E per comprendere anche se esistono delle caratteristiche, al di là della severità della malattia, che possono indicare chi sono i soggetti più a rischio e per cosa, su cui concentrare in modo particolare gli interventi di assistenza post-Covid. Alcuni indizi, in tal senso, suggeriscono che l’età, un indice di massa corporea elevato e l’essere donna aumentino il rischio di soffrire di long Covid.

Anche se infatti sono ormai mesi che si parla di long Covid si tratta ancora di un quadro sfumato quello che abbiamo sulla convalescenza dal virus. Non potrebbe essere altrimenti, visto che anche quello che sappiamo sul virus è un bagaglio di conoscenze limitato al tempo in cui conosciamo il virus.


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Se oggi, ancora in piena emergenza pandemica e con le campagne vaccinali appena avviate, può sembrare prematuro pensare alla prevenzione post-Covid, la stessa dimensione del fenomeno, unita al carico della malattia, suggerisce che probabilmente non lo è affatto. Tanto che, come ricordano Monica Cortinovis, Norberto Perico e Giuseppe Remuzzi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs su Lancet sono già nati ambulatori presso gli ospedali per seguire i pazienti che hanno avuto Covid-19, che parallelamente a servizio di assistenza clinica aiuteranno proprio a definire meglio il quadro ancora sfuggente delle sequele dell’infezione da coronavirus, privilegiando un approccio multidisciplinare. Aiutando a comprendere anche i fattori, comprese le terapie, che possono influenzare le conseguenze sul lungo termine della malattia.


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Un’impresa non facile, che dovrà anche cercare di districare tutti i possibili effetti dovuti al virus in sé e a tutto quello che la pandemia ha comportato a livello sociale, scrive in proposito Frances Williams del King College of London su The Conversation: “È chiaro che i sintomi a lungo termine associati al Covid-19 sono comuni e che la ricerca sulle cause e sui trattamenti per long Covid probabilmente dovrà continuare per molto tempo dopo che l’epidemia si sarà placata”.

Un invito a non dimenticare gli effetti a lungo termine del Covid-19 è arrivato nelle scorse ore proprio da alcuni degli stessi pazienti colpiti dalle conseguenze della malattia. È quello di alcuni rappresentati dell’organizzazione LongCovidSos, nel Regno Unito, dove nelle scorse settimane il National Institute for Health and Care Excellence (Nice) ha pubblicato le linee guida per la gestione clinica dle Long Covid (non senza sollevare critiche). Dalle pagine dei blog del Bmj, gli esponenti di LongCovidSos si sono rivolti al primo ministro chiedendo di tenere in considerazione gli effetti a lungo termine della malattia nell’agenda politica, in vista di un futuro rilassamento delle restrizioni, sull’onda dell’entusiasmo per l’avvio delle campagne vaccinali, malgrado l’enorme peso dell’infezione ora nel Regno Unito.

Via: Wired.it

Credits immagine: NIAID CC via Flickr