Neuroni in sì bemolle

Una tecnica finora usata per trattare malattie quali l’epilessia e l’Add (attention deficit disorder) svela potenzialità inaspettate quando applicata a giovani studenti di musica. È quanto ha scoperto un gruppo di ricercatori dell’Imperial College London, guidati dal neurologo John Gruzelier, e in collaborazione col Charing Cross Hospital di Londra. Grazie a una serie di esperimenti che hanno coinvolto 97 studenti del Royal College of Music di Londra, Gruzelier e il suo team hanno rilevato un miglioramento medio della performance musicale del 17 per cento, equivalente all’avanzamento di un livello di studi (secondo i criteri dell’educazione musicale nel Regno Unito). Questo particolare trattamento prende il nome di “neurofeedback” e consiste in due o più fasi: nella prima viene monitorata l’attività cerebrale del soggetto attraverso dei sensori speciali che vengono applicati alla testa. Il sistema registra le onde cerebrali del soggetto il quale ne prende visione attraverso lo schermo di un computer. A questo punto all’individuo viene richiesto di modificare le onde che vede sullo schermo alterando la propria attività cerebrale, proprio come se si trattasse di un videogioco. L’idea è che imparare a controllare le proprie onde cerebrali può migliorare la capacità di concentrazione di un individuo. Nelle fasi successive dell’esperimento alcuni studenti sono stati sottoposti a esercizi di rilassamento profondo, mentre altri a esercizi fisici e mentali normalmente usati in trattamenti di psicologia sportiva. Un’apposita commissione ha giudicato l’esecuzione, prima e dopo l’esperimento, di uno stesso pezzo musicale da parte degli studenti, incluso un gruppo “di controllo” non sottoposto ad alcun trattamento. È stato così rilevato un globale miglioramento che, per quanto riguarda il gruppo di studenti sottoposti a “neurofeedback” più gli esercizi di rilassamento, ha toccato punte perfino del 50 per cento. “È la prima volta che queste tecniche sono state utilizzate per migliorare attività cerebrali complesse, quali l’esecuzione di un brano musicale, in soggetti sani”, ha commentato Gruzelier. “Pur avendo un effetto benefico nel ridurre la così detta “paura da palcoscenico”, abbiamo rilevato effetti benefici dalle implicazioni ben più profonde di un semplice alleviamento dello stress.” I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Neuroreport. (e.g.)