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Note elettroniche

di
Andrea Frova

Andrea Cremaschi e Francesco Giomi
Rumore bianco. Introduzione alla musica digitale
Zanichelli 2008, pp. 192, euro 9,80

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Un titolo suggestivo, ma che può portare fuori strada anche un lettore decisamente interessato agli argomenti di questo piccolo libro ricco di informazioni sulla manipolazione digitale del suono musicale. Viene in soccorso il sottotitolo. Coloro che volessero dedicarsi, anche con mezzi disponibili in ambienti domestici, alla produzione sintetica del suono, potrebbero trovare in questo autentico minitrattato una gran quantità di delucidazioni, sia sulle tecniche, sia sulla terminologia.

Perché “rumore bianco”? L’indicazione degli autori è la seguente: “Il rumore bianco è costituito idealmente da tutte le frequenze acustiche, perciò si può dire che contenga tutti i suoni possibili; e come lo scultore scolpisce un blocco di marmo, così il progettista sonoro può plasmare il rumore alla ricerca di nuove forme musicali”. Il rumore bianco, dunque, come materiale di lavorazione. Sarebbe come dire che il pittore deriva i suoi quadri dalla luce solare, che appunto contiene tutte le lunghezze d’onda e quindi tutti i colori; o, per dirla con Galileo, che il poeta trae le sue liriche dall’alfabeto, giacché questo contiene in potenza gli scritti di tutti i tempi. Vero ma, come giustamente rilevano gli autori stessi, “il rumore può rappresentare anche il caos, l’incapacità di selezionare tra le tante musiche prodotte”. È il vecchio discorso che l’innovazione in sé e per sé non conduce lontano, se manca il talento. “È importante dunque – proseguono gli autori – avvicinarsi all’informatica musicale con la giusta consapevolezza dei mezzi e delle espressioni esistenti”. E questo è l’obiettivo che si prefiggono.

Diciamo subito, allora, che la scrittura è semplice e diretta, e soprattutto accessibile anche a lettori sprovvisti da un lato di basi musicali e dall’altro di un buon bagaglio informatico. Gli argomenti sono esposti con grande chiarezza e in modo esauriente. Benché facilmente reperibili in altri testi o in rete, essi sono qui raggruppati in modo organico, a iniziare dalle nozioni più elementari della connessione tra elettricità e suono, per giungere alle più recenti acquisizioni in fatto di applicazione dell’informatica all’innovazione musicale. Ciò premesso, la cosa più utile che un recensore possa fare è di passare velocemente in rassegna gli argomenti trattati, così da suscitare la curiosità dei potenziali lettori.
   
Il libro inizia con una storia minimale della musica elettronica, partendo dai primissimi strumenti di riproduzione per giungere, attraverso l’avvento della digitalizzazione del suono, agli stadi più avanzati della live electronics. Percorrendo quella che viene chiamata la “catena elettroacustica”, si prosegue con le tecniche di ripresa del suono, la sua fissazione, la sua amplificazione e diffusione. Ci si imbatte quindi nei problemi della sintesi sonora, del rumore e della distorsione, sia essa indesiderata o cercata.

Rumore e distorsione, oggi, sono divenuti elementi di espressione artistica. Non più suoni naturali, ma suoni artificialmente creati ed elaborati in cerca di sonorità non generabili da strumenti acustici. Secondo gli autori, che riecheggiano John Cage: “Ovunque siamo, quello che udiamo è prevalentemente il rumore. Quando lo ignoriamo, ci disturba, quando lo ascoltiamo, ci affascina”. Frase un po’ troppo succinta per essere comprensibile con immediatezza. Io non direi che Cage nei fatti sia riuscito a convincercene, opterei piuttosto per l’idea che ha voluto spesso farsi beffe del pubblico (si pensi al brano fatto di silenzio 4′ 33″ – ovverosia 273″, lo zero assoluto – dove i rumori sono “al di fuori” della musica). Ma che il rumore sia una componente basilare “dentro” la musica lo affermava lo stesso Bach, lui sì dimostrandolo nei fatti (si pensi al sapore del suo basso continuo).

Vengono poi visitate le varie modalità di costruzione del suono, le diverse tecniche di sintesi, il trasferimento e la condivisione dei file sonori tramite il web. Si discute di riverberazione, di modulazione, di equalizzazione e poi delle modalità di compressione, con particolare accento sul sistema MP3 che permette di portarsi appresso in un minuscolo contenitore un’intera discoteca. La musica può oggi essere immagazzinata in quantità enorme su qualsiasi tipo di memoria, esattamente come una vasta collezione di fotografie o l’intera letteratura mondiale. “Così – sottolineano gli autori – la musica è divenuta una componente pervasiva ed onnipresente della nostra quotidianità”.

Il libro prosegue con la spazializzazione del suono: oltre alla dimensione tempo, caratterizzante della musica rispetto ad altre forme d’arte, il suono viene ora ad acquistare una dimensione spaziale. Si tratta di un allargamento culturale sul quale hanno puntato diversi musicisti recenti, come Stockhausen, Harrison, Chowning, ma che trova anche applicazioni a livello commerciale, per esempio con i sistemi noti come home theatre. Io sono lievemente scettico sulla portata artistica della spazializzazione, che ha più l’aria di offrire sviluppi vantaggiosi all’industria componentistica nel settore informatico. È però innegabile che la possibilità di effettuare ascolti in spazi virtuali creati dalla programmazione è di grande interesse. Ho avuto occasione di avere per le mani programmi che possono far apparire una musica, registrata in camera anecoica, come se fosse eseguita in un data sala, immaginaria o reale, quale La Scala, una volta che i parametri acustici dell’ambiente, progettati o misurati, siano noti. Il potenziale di questa metodologia nel disegno delle sale da concerto è chiaramente molto alto.

L’ultima parte del libro si occupa della musica elettronica in tempo reale – di cui fu convinto assertore il compianto Luciano Berio – e infine dell’aspetto dell’interattività con gli uditori. In conclusione, un manualetto prezioso, corredato anche da un elenco di libri di riferimento e di siti in rete, dove gli amatori possono trarre vari dettagli e complementi.

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