Parkinson, così l’esercizio fisico agisce sul cervello

Tremori, rigidità, lentezza dei movimenti, problemi di postura e di equilibrio: sono i tipici scompensi motori che accompagnano il declino cognitivo nelle persone colpite da Parkinson, a partire dai quali la malattia solitamente viene diagnosticata. Ma è possibile che il cervello riesca a rafforzare la propria struttura, rispondendo agli stimoli motori? E cioè: può l’attività fisica rallentare l’avanzamento della patologia e dei sintomi?

Da queste domande è partito Giuseppe Frazzitta, un neurologo che con il suo approccio ha contribuito a fare dell’Ospedale Moriggia Pelascini di Gravedona ed Uniti, in provincia di Como, un’eccellenza nella riabilitazione delle persone colpite da Parkinson. Lui è, tra le altre cose, l’ideatore di un percorso innovativo, chiamato Multidisciplinar Intensive Rehabilitation TreatmentMirt (che può essere tradotto con Trattamento per la riabilitazione multidisciplinare intensiva ed è in sperimentazione da alcuni anni). Il programma dura all’incirca trenta giorni, durante i quali i pazienti vengono sottoposti a ripetute sedute di movimento aerobico – di 3-5 ore al giorno per 6 giorni alla settimana – attraverso l’impiego di tecnologie d’avanguardia e in una dimensione ludica fatta di stimoli visivi e sonori.

Del Mirt si è parlato durante il convegno internazionale “The Interplay between Cognitive and Motor Rehabilitation in PD”, che si è tenuto presso l’ospedale lo sorso 15 e 16 settembre. Oltre alle classiche sedute con i fisioterapisti, il metodo si avvale di moderni – e spesso costosi – dispositivi, utili ai fini del ri-apprendimento del moto: un cicloergometro per il recuperare la simmetria di spinta degli arti inferiori, una pedana stabilometrica ideale per pazienti con episodi di freezing (ovvero “congelamento” delle gambe), il Lokomat, un robot pensato per pazienti con gravi problemi di deambulazione, che si serve della realtà virtuale (VR) per agevolare la concentrazione, un tapis roulant, infine, con metronomo e musica integrati. “La melodia rimane in testa anche dopo aver concluso l’esercizio, quindi aiuta il paziente a memorizzare il passo”, spiega a Galileo Paola Ortelli, referente del Servizio di Neuropsicologia. Per la stessa ragione, il percorso dà spazio ad attività quali la musicoterapia, l’idroterapia e la terapia occupazionale (per il recupero di competenze della vita quotidiana, come vestirsi o usare le posate), unite a un apposito training cognitivo. Il tutto coinvolge quindi un nutrito team di specialisti, da fisiatri e neuropsicologi, a logopedisti e nutrizionisti. E a trenta giorni dall’inizio della terapia, il paziente viene dimesso con un programma di esercizi personalizzato da eseguire a casa.

“Con il Parkinson non è l’aspettativa di vita a cambiare, ma la qualità. Ebbene, il Mirt ha consentito di ottenere un vero e proprio miglioramento clinico dei pazienti, che sono diventati più autonomi e hanno iniziato a mostrare sintomi motori meno gravi. Questo ci fa ipotizzare che il metodo Mirt possa avere un effetto neuroprotettivo”, sottolinea Frazzitta. Ma quali sono i meccanismi biologici alla base di questo successo? Una possibile risposta sta nell’influenza della riabilitazione fisica sui livelli di neurotrofine – proteine che supportano la sopravvivenza e la crescita (in gergo “differenziamento”) dei neuroni, garantendo al cervello la capacità di ristrutturarsi – tra cui, per primo, il fattore neurotrofico cerebrale (Bdnf). “A sole quattro settimane dall’inizio del trattamento, i livelli della proteina trasportatrice del Bdnf sono aumentati del 60% in tutti i pazienti”, dice Frazzitta.

I farmaci oggi disponibili si concentrano sulla dopamina, un neurotrasmettitore che occupa un ruolo importante in funzioni quali il movimento, il sonno e l’umore, e che nei malati di Parkinson subisce un drastico calo. Sebbene abbiano una certa efficacia nell’alleviare i sintomi cognitivi, questi farmaci (primo fra tutti quello a base di levodopa) non mostrano alcun effetto sui deficit motori. “Il Parkinson interessa tutti i sistemi neurotrasmettitoriali, non solo quello dopaminergico: per questo le terapie farmacologiche non possono essere risolutive”, continua Frazzitta. E non è tutto: “Molti non sono a conoscenza dei gravi effetti collaterali provocati da questi farmaci, soprattutto sulle donne: dipendenza e comportamenti ossessivo-compulsivi sono solo alcuni dei disturbi più comuni”. Si riparte, quindi, dai comprovati benefici dell’attività fisica, che però deve essere costante.

Foto: Activedia via Pixabay

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