Permiano: la più grande estinzione di massa risparmiò le piante

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Credit: Paul Downey/Flickr

La più grande catastrofe della storia andò in scena circa 252 milioni di anni fa. Viene chiamata grande estinzione del permianotriassico, e nel giro di qualche millennio spazzò via oltre il 70% dei vertebrati terrestri e il 96% delle specie marine che abitavano il nostro pianeta. È l’unica estinzione di massa nota ad aver coinvolto persino gli insetti, ma a guardar bene, anche in questo caso qualcuno è riuscito a scamparla pressoché incolume: le piante. A dimostrarlo è una ricerca pubblicata su Nature communications da team di ricercatori del Museo di Scienze Naturali di Bolzano e dell’Università di Zurigo.

Permiano: nessun problema per le piante

La scoperta arriva da un’ampia analisi della biodiversità vegetale presente sulla Terra tra i 260 e i 253 milioni di anni fa, a cavallo tra permiano e triassico. E rappresenta in qualche modo un colpo di scena inaspettato. “Finora si pensava che la grande estinzione di massa del limite Permiano-Triassico avesse coinvolto sia gli animali che le piante, e che entrambi avessero reagito allo stesso modo agli sconvolgimenti che la produssero,” chiarisce Evelyn Kustatscher, del Museo di Scienze Naturali di Bolzano. “Questa ricerca dimostra che non è così. Si verificò certamente la scomparsa di alcune piante, ma in una misura trascurabile rispetto a quella di oltre il 50 per cento dei generi o famiglie, come precedentemente supposto da alcuni studi. Ciò cambia di molto il nostro modo di ipotizzare le dinamiche di un’estinzione di massa”.

Ricostruire la biodiversità vegetale del permiano

Per arrivare a questa conclusione, Kustatscher e colleghi hanno visionato personalmente un gran numero di collezioni di paleobotanica conservate in tutta Europa, consultato banche dati online open access, e studiato a fondo il John Williams Index of Palaeopalynology del Natural History Museum di Londra, il maggiore catalogo di paleopalinologia (la scienza che studia i pollini fossili) al mondo. Al termine del lavoro avevano analizzato più di 34.000 campioni di spore e pollini e oltre 8.000 di piante terrestri fossili, arrivando a ricostruire con precisione i cambiamenti subiti dalla flora del pianeta durante la grande estinzione. Un traguardo frutto di un approccio innovativo. “Fino ad oggi – sottolinea Elke Schneebeli-Hermann, ricercatrice dell’Università di Zurigo – i microfossili di spore e pollini, molto più abbondanti rispetto ai macrofossili di piante, non erano mai stati utilizzati per uno studio di portata così ampia”.

Tutto merito dei semi?

Come hanno fatto le piante a sopravvivere pressoché indenni a un estinzione che ha spazzato via la maggior parte degli animali dell’epoca? “Non si sa ancora con certezza – ammette Evelyn Kustatscher – ma è possibile formulare diverse ipotesi. “Il motivo – spiega l’esperta – potrebbe risiedere nel fatto che le spore, e in particolare i semi, sono in grado di sopportare lunghi periodi di avversità prima di germinare, anche dopo centinaia di anni. Ciò naturalmente per gli animali non è possibile”.

Riferimenti: Nature Communications

Credit immagine: Paul Downey/Flickr

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