Quella discarica dietro l’angolo

Il rischio di avere figli con malformazioni è più elevato se si vive vicino ad una discarica di rifiuti tossici. E’ questo il risultato di uno studio epidemiologico internazionale, finanziato dall’Unione europea e pubblicato su The Lancet. Ma gli autori della ricerca, tra cui anche alcuni italiani, sono cauti nel trarre conclusioni allarmanti e definitive. L’indagine, sostengono, è solo il punto di partenza verso un’analisi più approfondita del rapporto tra discariche e malformazioni congenite. Sulle pagine di Galileo l’opinione di Fabrizio Bianchi, epidemiologo del Cnr e coordinatore dello studio per l’Italia

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Fa bene a temere per la propria salute, e per quella dei propri figli, chi risiede in prossimità di discariche di rifiuti tossici? Una risposta viene dall’Eurohazcon, una ricerca sul rischio di nascite con malformazioni svolta nelle aree prossime a ventuno discariche europee, tra cui tre italiane, recentemente pubblicata su The Lancet.

Lo studio, il primo del genere in Europa, ha esaminato 1.089 bambini nati malformati e 2.366 controlli normali, figli di madri residenti nel raggio di sette chilometri dal centro di una discarica di rifiuti tossici. I risultati hanno rilevato un eccesso del 33% di anomalie congenite non cromosomiche nella fascia compresa tra zero e tre chilometri dalla fonte inquinante rispetto alla fascia compresa tra 3 e 7 chilometri. Un incremento “statisticamente significativo”, lo definiscono i ricercatori, che però sono estremamente cauti nel trarre conclusioni definitive.

A differenza dei dati raccolti con esperimenti di laboratorio, infatti, una ricerca epidemiologica, per sua natura, difficilmente porta a dati inequivocabili. Se confermata da altri studi, però, può essere utile per formulare ipotesi di successive indagini. Prima di mettere in allarme la popolazione e di sollecitare interventi delle istituzioni sanitarie e ambientali, sottolineano gli autori dell’articolo, è necessario continuare a indagare per individuare altre possibili implicazioni di natura diversa coinvolte nel fenomeno.

“Per un verso – spiega infatti Fabrizio Bianchi dell’Unità Epidemiologica dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr di Pisa, coordinatore della parte italiana della ricerca – un 33% in più di malformazioni congenite è senz’altro un dato rilevante. Ma, per un altro, non dice molto perchè si riferisce ad un complesso di patologie, ognuna con una sua propria eziologia. In questo senso, più interessante è il fatto che la maggior parte delle malformazioni riguardino il tubo neurale e il sistema cardiovascolare”.

Anche per quanto riguarda l’entità del rischio, che per queste patologie va oltre l’80%, vanno considerati i limiti dello studio, che ha analizzato solo un tipo di esposizione senza tenere conto di altre possibili occasioni di contatto con agenti teratogeni, con le sostamze cioè in grado di provocare malformazioni nel nascituro. Per esempio, la presenza di altre fonti di inquinamento atmosferico, il luogo in cui lavorano i genitori, il tipo di alimentazione o di farmaci assunti in gravidanza. “C’è una miriade di fattori di rischio che non abbiamo potuto considerare – precisa Bianchi – mentre abbiamo valutato lo status socio-economico e l’età della madre”.

In effetti, per questo tipo di studi bisogna poter disporre di dati ambientali e di un flusso informativo sulla comparsa di patologie. Anche per questo, per la parte italiana della ricerca, la scelta è caduta su tre discariche localizzate nei dintorni di Firenze. In Toscana infatti esiste un sistema informativo territoriale, un piano per le bonifiche e un monitoraggio sulle patologie e le malformazioni. E soprattutto, in questa regione le amministrazioni sono disposte a collaborare, cosa che, visti gli interessi in gioco, non sempre si verifica. Come nel caso di Bilbao e delle Province Basche, regione che pullula di discariche industriali, dove lo studio non si è potuto svolgere perché il governo centrale e quello regionale si sono rifiutati di fornire le informazioni necessarie.

E’ anche per queste ragioni che a più di un secolo dalla rivoluzione industriale e sebbene si conoscano gli effetti teratogeni di molte sostanze presenti sia nei materiali di scarto delle lavorazioni industriali che nei rifiuti urbani, gli studi in questo settore sono ancora pochi e i risultati controversi. Così, per avere certezze bisogna andare avanti con analisi più circostanziate, magari riorganizzando le discariche in base a tipologie omogenee (le 21 discariche dello studio sono molto diverse tra loro).

“Abbiamo pronto il progetto da presentare in sede Ue per uno studio più ampio, che includa inceneritori e discariche di rifiuti urbani”, sottolinea ancora Bianchi. “Ma in questo momento è tutto fermo, in attesa dell’approvazione del quinto programma quadro al Parlamento europeo. Ci sono forti interessi in questa materia e noi siamo al palo perché, da solo e senza finanziamenti, nessun paese può procedere”.

D’altra parte, in Italia non esiste ancora una mappa delle malformazioni congenite. Un primo importante passo in questa direzione potrebbe però compiersi nei prossimi giorni a Firenze dove, per il 25 settembre, è previsto l’incontro dei registri sulle malformazioni congenite di tutto il mondo.


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