Richard Shepherd: “Ho conosciuto la vita interrogando la morte”

Richard Shepherd
(Foto via Pixabay)

Una strana vocazione quella di Richard Shepherd che, nella sua autobiografia (Per cause innaturali. Come ho conosciuto la vita indagando la morte. Longanesi, 2019 pp. 396, € 22,00) racconta del suo intimo eppure distaccato rapporto con la morte. Nella decisione di fare il medico legale, presa da Shepherd attratto dalla medicina forense fin da quando era adolescente, si trovano tracce del suo rapporto con la madre ma anche il desiderio di gestire insieme competenze mediche e metodologie investigative da detective. Dall’osservazione attenta di un cadavere, infatti, è possibile ricavare indizi che fanno capire il modo in cui l’individuo è morto e, se si tratta di una morte violenta, permettono di definire le modalità con cui sono stati inferti i colpi, le posizioni reciproche della vittima e dell’aggressore, i tentativi di difesa e la sequenza complessiva delle azioni e dei gesti dei protagonisti.

Odori e suoni dei diversi obitori entrano a far parte della vita quotidiana dell’autore, insieme alla rituale tazza di tè che viene offerta al medico legale prima di cominciare ogni autopsia. Come ogni studente, Shepherd impara il mestiere sotto la guida di medici esperti, ha paura di sbagliare, gradualmente costruisce le sue opinioni riconoscendo gli indizi importanti e, grazie anche alla sua rigorosa capacità di gestire le emozioni e distaccarsi dal contesto in cui deve lavorare, diventa uno dei più accreditati medici legali inglesi. E in questo senso il libro non è solo una testimonianza ma anche una liberazione: dopo ventitremila autopsie e una carriera brillante, l’autore non aveva riconosciuto in se stesso i sintomi di un disturbo da stress post traumatico e la terapia, consigliata da uno psichiatra, consisteva in una estate di vacanza, nel parlare dei propri problemi e assumere farmaci e, infine, nello scrivere questo libro. La cura si è dimostrata efficace per l’autore e per i lettori che possono così addentrarsi in un universo poco conosciuto e veramente interessante.

Il volume si snoda attraverso la descrizione di casi controversi, dalla morte di neonati cullati vigorosamente dai genitori (o volutamente sbattuti con violenza) alle morti in carcere per le “procedure di immobilizzazione” usate dagli agenti. Nelle situazioni di omicidi plurimi o di casi individuali, è la competenza della sua perizia che permette di scagionare il principale indiziato o di trovare prove innegabili della sua colpevolezza. L’esperienza legale permette di sfatare tanti luoghi comuni diffusi dalla letteratura “gialla”: è molto più difficile di quanto si dice basarsi sul rigor mortis per sapere con esattezza l’ora di una morte o escludere grazie a pochi segni esterni le cause di un decesso. Serve esperienza e competenza ma soprattutto onestà: per esempio, sempre a rischio di errore, nelle morti per accoltellamento la medicina legale riesce a riconoscere dal tipo di ferita le caratteristiche della lama, la posizione della vittima, le condizioni ambientali; ma basta una svista, casuale o pilotata a qualche detective interessato, per capovolgere gli esiti di un processo.

Le perizie di parte, nei processi in cui Shepherd ha partecipato come medico legale, raccontano di altri aspetti della professione: gli attacchi dell’accusa che mette in discussione anche gli aspetti formali delle consulenze mediche gettano altra luce sulle realtà processuali, ben diverse da quelle “alla Perry Mason”. E la descrizione di casi complessi rendono il lettore partecipe della difficoltà di una ricostruzione obiettiva di una realtà ambigua.

Anche se gli aspetti tecnico-legali costituiscono l’ossatura di questa autobiografia, è interessante la descrizione dell’atteggiamento, anzi del duplice atteggiamento, di Shepherd nei confronti del lavoro (da medico rigoroso, che non si lascia coinvolgere dal dolore delle morti altrui) e nei confronti della famiglia, (dove non permette che l’attività professionale abbia il benché minimo accesso). I figli sono incuriositi da quello che si nasconde nello studio paterno, cercano di vedere foto proibite… e solo raramente, quando i ragazzi sono diventati più grandi, alcune brevi conversazioni mettono un ponte tra vita professionale e vita familiare.

Nelle grandi stragi, come quella di Hungerford o nel disastro ferroviario di Clapham o addirittura in America in occasione dell’attentato alle Torri Gemelle, dove pure è stata richiesta la sua consulenza, l’attenzione di Shepherd è rivolta anche a realizzare una organizzazione capace di fare fronte ad imprevedibili emergenze: il solo fatto di definire degli spazi di manovra per cui le ambulanze possono caricare i feriti e poi tornare indietro verso ospedali debitamente allertati rende il lavoro dei soccorritori più rapido ed efficace e, anche se sembra strano, l’efficienza del sistema attutisce o rende più sopportabile il dolore di una morte. Anche i parenti si aspettano che tutti possano compiere il loro dovere ma questo richiede una precisa organizzazione a monte che spesso manca e che rende ogni disastro ancora più doloroso. Mettere anche questa esperienza al servizio della società civile, commenta Shepherd, rende più facile la gestione delle catastrofi e fornisce un sostegno “politico” alla struttura che ne deve sostenere l’impatto critico.