La lunga strada per salvare il rinoceronte bianco del Nord

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Credit: Michael Dalton-Smith or Digital Crossing Productions/Wikipedia

AGGIORNAMENTO dell’11/08: L’Università di Padova ha annunciato che gli ovuli fertilizzati di rinoceronte bianco del Nord sono riusciti a svilupparsi in embrioni. Dei 7 ovuli fecondati dai ricercatori del progetto BioRescue, due hanno prodotto embrioni sani, che sono stati congelati in azoto liquido, in attesa di essere trasferiti in una madre surrogata in un prossimo futuro.

Per il rinoceronte bianco del Nord l’ultima speranza di sopravvivere all’estinzione è la fecondazione assistita. Najin e Fatu sono le uniche due esemplari rimaste di una specie che in passato viveva in Uganda, Ciad e Sudan, ma che a partire dal 1970 è stata decimata dal bracconaggio. Il suo futuro è ora nelle mani del progetto “BioRescue”, un consorzio internazionale di cui fa parte anche Avantea, un’azienda italiana specializzata in tecnologie avanzate per la riproduzione animale. Nei loro laboratori, 7 ovuli prelevati dalle due rinoceronti sono stati fertilizzati con successo con lo sperma congelato di un maschio della stessa specie. Il risultato supera le aspettative, ma rimane solo il primo passo di un processo molto più lungo, che prevede la differenziazione di gameti maturi a partire da cellule staminali e la successiva fecondazione in vitro.

Il progetto si è reso necessario in seguito al rapido declino della popolazione di questi rinoceronti africani, che tra il 1970 e il 1980 è passata da circa 500 esemplari ad appena 15. “Rispetto al rinoceronte bianco del Sud, di cui rimangono ancora circa 20.000 esemplari, quello del Nord occupa una nicchia ecologia diversa e deve essere considerato una specie a parte – spiega Cesare Galli, direttore di Avantea – il suo habitat è stato vittima di guerre ed epidemie, che hanno lasciato campo libero ai bracconieri, attratti dal valore del corno di questo rinoceronte sul mercato cinese”. Ad oggi, la specie è considerata estinta in natura. Gli ultimi due esemplari, Najin e Fatu, sono madre e figlia, entrambe nate in cattività nello Zoo di Dvůr Králové nella Repubblica Ceca.

Nel 2009 erano state trasferite a Ol Pejeta, una riserva privata in Kenya, per cercare di farle riprodurre. Ma il piano, purtroppo, non ha funzionato, e l’ultimo maschio è morto l’anno scorso. Con sempre meno esemplari, il salvataggio del rinoceronte bianco del Nord è diventato una vera corsa contro il tempo. Che in assenza di esemplari maschi viventi, ormai non può più prescindere dall’aiuto delle biotecnologie.

Nonostante l’urgenza, dare il via al progetto di ripopolamento immaginato da BioRescue non è stato semplice. “Gli animali sono di proprietà dello zoo della Repubblica Ceca e sono sotto la giurisdizione della Kenya Wild Life Service – racconta Galli – ci sono voluti anni di mediazione per poter intraprendere la strada della fecondazione assistita, che gli esperti di conservazione non ritenevano adeguata per una situazione naturale. È stato anche difficile ottenere i certificati necessari per l’esportazione del materiale biologico”.

Si è trattato quindi di un grosso lavoro, che ha incontrato difficoltà burocratiche, ma anche pratiche. La procedura è una tecnica di fecondazione assistita chiamata ICSI, ossia iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo: consiste nell’iniezione di un singolo spermatozoo direttamente nel citoplasma dell’ovulo. “Abbiamo sviluppato la procedura lavorando sul rinoceronte bianco del Sud in alcuni zoo europei – spiega Galli – ma in questo caso lo sperma disponibile era poco e di scarsa qualità: abbiamo dovuto quindi perfezionare la tecnica per supplire a questi deficit”.

Nonostante tutto, l’inseminazione è stata un successo. Di 10 ovuli, ne sono stati fecondati 7. Ma bisognerà attendere la prossima settimana per sapere se le cellule uovo fecondate diventeranno embrioni. “Se così fosse li congeleremmo – afferma Galli – non siamo ancora pronti per il trapianto dell’embrione nella madre surrogata. Nel cavallo la percentuale di successo è del 50%, ma con il rinoceronte non è mai stato fatto. Seguirà quindi una fase sperimentale di verifica, in cui proveremo a impiantare embrioni di rinoceronte bianco del Sud: se otterremo gravidanze, allora potremmo provare con quelli del nord”. Per il momento, con gli ovuli appena fecondati, i ricercatori sperano di avere qualche inizio di gravidanza nel giro di un anno. Se dovessero nascere dei rinoceronti, verrebbero trasferiti nel loro habitat naturale, in zone protette.

Nel frattempo i ricercatori hanno già programmato di tornare in Kenya ogni 3 o 4 mesi per prelevare ovociti con cui ripetere la procedura e creare un banca di embrioni congelati. Il lavoro di Galli e del suo gruppo rappresenta però solo la prima parte del progetto BioRescue. Gli eventuali rinoceronti nati dagli ovuli di Najin e Fatu sarebbero infatti strettamente imparentati tra loro e con una variabilità genetica limitata. “Il nostro è un lavoro preliminare di messa a punto della tecnica di fecondazione assistita che servirà in una fase successiva – dichiara Galli – uno dei nostri partner, l’università di Kyushu in Giappone, dispone delle cellule somatiche congelate di 11 individui non correlati: l’obiettivo è di usarle per ottenere cellule staminali embrionali pluripotenti da differenziare in gameti maturi, per ampliare la diversità genetica”.