C’era una volta… e adesso non c’è più. Nella competizione evolutiva che si svolge da milioni di anni tra specie diverse, con vario successo, la specie tecnologica – la nostra – ha sopraffatto e sterminato un grandissimo numero di specie viventi, terrestri e acquatiche. La popolazione umana mondiale ha recentemente superato gli otto miliardi persone, e per le sue esigenze alimentari ha consumato (divorato) miliardi e miliardi di organismi che abitavano le terre emerse, le acque, gli oceani, lasciando poco tempo e poche risorse per la costruzione di nuovi equilibri. Roberto Danovaro, ecologo della sostenibilità e docente di Biologia marina all’Università Politecnica delle Marche, nonché presidente della Fondazione Patto con il Mare per la Terra e del Consiglio scientifico del WWF, documenta i cambiamenti del pianeta fin dalle origini della vita, le successive estinzioni di organismi viventi avvenute nella storia della Terra per cause non sempre conosciute, ricorda gli equilibri dinamici tra prede e predatori, le modificazioni evolutive di entrambi che si sono succedute in una sorta di inseguimento di sopravvivenza, la pervasività dell’intervento umano.

Squilibrio e sfruttamento
Lo sviluppo della nostra specie e il progressivo aumento del numero di individui ha richiesto l’accesso a sempre nuove risorse energetiche, così le umane esigenze di sopravvivenza (spesso di puro arricchimento) hanno modificato l’economia complessiva del pianeta. Si parla dell’avvento di una nuova era geologica, l’Antropocene, in cui il pianeta è stato profondamente modificato dall’uomo. Le sue capacità tecnologiche hanno sviluppato nuovi usi culturali, nuove modalità di alimentazione, maggior consumo delle risorse, maggiore inquinamento. E tutto questo sta causando gravi squilibri nella dinamica ecologica. Per esempio, la diffusione capillare di sostanze plastiche e dei prodotti delle combustioni industriali, l’urbanizzazione e lo sfruttamento incontrollato del territorio, sono effetto delle attività antropiche che influiscono sulla biodiversità, cioè sul numero delle specie che popolano un certo ambiente, ma anche sulla qualità della loro vita.
La scomparsa delle ostriche
Danovaro illustra con ricchezza di dati la progressiva riduzione delle risorse del mare. Le esplorazioni del XVI secolo hanno segnato l’inizio dell’impoverimento ittico: in tempi brevi rispetto ai ritmi evolutivi si sono ridotti di numero o scomparsi i ricchi banchi di ostriche, i grandi vertebrati come le balene, lamantini, dugonghi, foche monache, e chilometri di barriere coralline. Hanno sofferto le specie longeve, di solito con bassa attività riproduttiva, uccise prima che potessero riprodursi; hanno sofferto le tartarughe verdi, prima numerosissime, sterminate a decine di milioni. Se le specie scompaiono, la pesca ne soffre e le risorse alimentari per l’umanità scarseggiano. Inoltre, quando non sono più controllate dai loro predatori naturali, possono svilupparsi in maniera spropositata foreste di alghe, o specie ittiche di nessun interesse commerciale, originando nuove catene alimentari. Per esempio, la pesca meccanizzata del merluzzo ha provocato lo sviluppo intensivo del loro cibo abituale, i ricci di mare, grandi consumatori di macroalghe che, non controllate dai ricci, hanno distrutto in breve tempo la vegetazione algale in tutto l’Atlantico. Così le barriere coralline in Australia hanno molto sofferto quando la pesca aborigena è stata sostituita dalla pesca industriale, molto più invasiva dal punto di vista ecologico ma più efficace per l’industria nazionale. Al contrario, sebbene possa sembrare paradossale, la Seconda guerra mondiale ha avuto effetti benefici sulla ripopolazione dei mari: infatti le barche e l’industria della pesca furono bloccate dalle mine e dai bombardamenti che resero problematica la navigazione per diversi anni, ma concessero ai pesci e ai grandi mammiferi marini una pausa di sopravvivenza.
Così muoiono gli oceani
L’estinzione di specie acquatiche, ancor più di quelle terrestri, mette in luce la complessa rete multicausale che la provoca. Riscaldamento globale e inquinamento chimico, acidità o basicità delle acque, gradienti di concentrazione salina, assorbimento o rilascio di CO2 sono cause strettamente correlate, e ognuna contribuisce a suo modo ad impoverire la biodiversità. A queste si aggiungono cause biologiche come il mancato accrescimento nel tempo degli individui spesso pescati prima di raggiungere la maturità sessuale che porta alla diminuzione degli adulti in grado di riprodursi, la ridotta sopravvivenza delle uova fecondate, l’eliminazione delle specie poco commestibili pescate inutilmente danneggiando le catene trofiche. Intervengono anche cause commerciali, come le abitudini alimentari, la possibilità di congelamento o stoccaggio del pescato, le modalità di prelievo come i moderni ecoscandagli o la devastante pesca a strascico, importante causa di distruzione dell’ecosistema marino.
Nuove competizioni e nuove invasioni
Danovaro analizza in particolare le conseguenze del riscaldamento globale, ormai inevitabile, sottolineando gli aspetti che interessano non solo i mari ma, di nuovo, la rete di connessioni che lega nel loro manifestarsi eventi apparentemente indipendenti. Per esempio, l’aumento della concentrazione di CO2 in atmosfera provoca un aumento della temperatura media globale, quindi un aumento della temperatura degli oceani che provoca la loro de-ossigenazione, mentre la CO2 disciolta modifica l’acidità delle acque provocando alterazioni chimiche nella composizione dell’acqua marina. Questo può causare l’estinzione di microflora e microfauna sensibili al cambiamento, ed è noto che, per esempio, il riscaldamento delle acque ha provocato lo sbiancamento e quindi la distruzione di gran parte della barriera corallina. Inoltre le modificazioni della salinità dovute al maggiore scioglimento dei ghiacci può provocare la migrazione di pesci che vanno a trasferirsi in altri mari, spesso intervenendo in catene alimentari già stabilizzate; si attivano così nuove competizioni, nuove invasioni come quella dell’ormai famoso granchio blu, o la scomparsa di alcune specie. E sempre il riscaldamento dei mari modifica il clima terrestre, altera il regime delle piogge, provoca la desertificazione.
I danni del turismo
Ma ci sono ancora contributi diretti dell’uomo alla devastazione degli oceani. Oltre ai gravi danni provocati dalle immense navi da crociera (e dai loro rifiuti) Danovaro ricorda la colonizzazione delle spiagge invase dai resort e – strano a dirsi – sia l‘inquinamento da farmaci usati dai turisti sia quello da creme solari che, riversate nei mari fino a 200 tonnellate annue, contengono filtri UV chimici pericolosi per il sistema ormonale dei pesci.
Cambiare l’alimentazione
Danovaro propone un rimedio apparentemente semplice, anche se non totalmente risolutivo, per contrastare questa devastazione: modificare i nostri sistemi alimentari. Suggerisce dunque semplici e gustose ricette di cucina per consumare krill, granchi, alghe e consiglia anche di allevare, per la nostra alimentazione, organismi non carnivori. Interessante ma non sufficiente: serve infatti anche un impegno politico, che curi la protezione di aree marine restaurando ecosistemi distrutti, che si occupi di eliminare le tonnellate di plastica abbandonate, che attivi la produzione di energie rinnovabili e di tecnologie che riducano la quantità di CO2 in atmosfera.
Come avere cura degli oceani
Si possono aiutare i sistemi marini a transitare verso nuovi equilibri, conclude Danovaro, sviluppando una economia capace di ricreare quello che è stato distrutto, promuovendo la creazione di nuove professioni che sappiano indirizzare la gestione delle risorse verso una migliore qualità della vita – non solo nostra. L’ecosistema degli oceani non sta ancora proprio male ma è tempo di averne cura, di occuparsi della sua fragilità e della sua bellezza, affascinati dalle migliaia di specie che lo popolano senza pensare sempre in termini di utilità, profitto, benessere e sopravvivenza umane.
Credits immagine di copertina: Kristin Hoel su Unsplash





