Nel 2019, a 50 anni dallo sbarco, ecco come torneremo sulla Luna

Il 20 luglio del 1969 l’umanità muoveva i primi passi sulla superficie della Luna. E dopo anni di disinteresse, diverse missioni spaziali torneranno ad esplorare il nostro satellite nel corso del 2019, a 50 anni esatti da quella prima, grande, impresa

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Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”. Nel 2019 sono esattamente 50 anni dallo sbarco sulla Luna, da quella storica prima impronta umana lasciata sul polveroso suolo lunare dal comandante Neil Armstrong, che pronunciò le celebri parole. Era il  21 luglio del 1969 e l’impresa dei tre astronauti della missione Apollo 11, che per giorni aveva tenuto con il fiato sospeso e gli occhi puntati sui televisori milioni di persone in tutto il mondo, annunciava l’inizio dell’era lunare. La Luna è alla nostra portata, pensarono in molti, presto la colonizzeremo. Ma per un motivo o per l’altro – politico-economico in primis ma anche tecnologico – l’entusiasmo rapidamente scemò. Nel 1976 l’esplorazione lunare si fermò del tutto, ma già dal 1972 nessun equipaggio umano aveva più raggiunto il nostro satellite.

Per decenni, sembrò che non ci fosse più motivo di studiare la Luna: meglio concentrare gli sforzi sulla già onerosa Stazione spaziale internazionale e poi puntare su Marte! Ma dopo mezzo secolo, un nuovo scenario politico-economico internazionale ha riportato alla ribalta l’impresa lunare. E proprio nell’anno del cinquantenario dello sbarco ci accingiamo a far ritorno sulla Luna con almeno 2 missioni spaziali che arriveranno sul satellite nel corso del 2019, e ancor più sono le novità annunciate per i prossimi anni. Evidentemente, 50 anni dopo la “conquista”, la Luna ha ancora molte cose da raccontarci.

La Cina sulla Luna

In pole position in questa rinnovata corsa alla Luna ci sono i cinesi, pronti a partire i primi giorni del nuovo anno con la sonda Chang’e 4, una missione esplorativa che sugella il programma di esplorazione lunare della Cina. È infatti dal 2007 che le sue astronavi ronzano intorno alla Luna, e nel 2013 la sonda Chang’e 3 ha effettuato il primo atterraggio (o discesa controllata) sulla superficie dal 1976, quando l’Unione Sovietica concluse il suo programma lunare con il rientro della sonda Luna 24. Il prossimo 3 gennaio, però, il nuovo lander cinese farà di più: Chang’e 4 sarà infatti la prima missione diretta all’esplorazione del lato oscuro (o più correttamente “nascosto”) della Luna. Una volta atterrato, Chang’e 4 si dedicherà a una lunga lista di indagini scientifiche: la misura delle variazioni di temperatura sul lato oscuro, l’analisi della composizione chimica delle rocce, osservazioni astronomiche e lo studio dei raggi cosmici.

Sulla Luna il primo lander cinese sarà raggiunto da altre due missioni cinesi, la prima già nel 2019, la seconda nel 2020. Chang’e 5 enon si limiteranno a studiare il nostro satellite in situ e preleveranno campioni di terreno lunare da rispedire a Terra: i primi a disposizione degli scienziati da oltre 40 anni. E non è tutto. Nei piani dell’agenzia spaziale cinese è previsto anche lo sbarco sulla Luna di astronauti entro il 2030 e la creazione di un avamposto nei pressi del polo sud del satellite terrestre. Per farlo, però, gli ingegneri cinesi dovranno fare i conti con un nemico insidioso: la polvere lunare, un mix di particelle “sottili come farina e ruvide come carta vetrata” che causarono non pochi problemi agli equipaggi Nasa scesi sul satellite. E che, senza le dovute precauzioni, potrebbe rovinare velocemente qualunque infrastruttura umana che costruita sulla superficie del satellite terrestre.

Arrivano gli indiani

La solitudine cinese sulla Luna è però destinata a durare pochi giorni. A farle compagnia arriverà presto un’altra potenza asiatica emergente, l’India, con la sonda Chandrayaan-2, in partenza il prossimo 31 gennaio. Il payload della missione prevede un orbiter, un lander e un rover, equipaggiati con una serie di nuovi strumenti scientifici, sviluppati da scienziati indiani, che andranno ad esplorare la composizione chimica della polvere e delle rocce lunari e sonderanno la superficie alla ricerca di ghiaccio e altre fonti di acqua.

Moon Express e le altre imprese private

E non finisce così. Nel corso dell’anno alle missioni cinesi e indiane si dovrebbero aggiungere altre tre imprese private: si tratta dei reduci dell’ormai concluso Lunar X Prize, la gara lanciata da Google all’industria spaziale privata per costruire, lanciare e operare un piccolo rover sulla superficie della Luna. La competizione ormai si è conclusa senza un vincitore, ma sia l’israeliana SpaceIL che la tedesca PTScientists e l’americana Moon Express non hanno ancora rinunciato alla missione. E secondo i piani, tutte e tre le aziende dovrebbero lanciare la propria sonda nel corso del 2019. A febbraio, nel caso del lander Beresheet di SpaceIL, e in una data successiva, ma ancora da stabilire, per il lander Alina di PTScientists e per il Lunar Scout di Moon Express.

Nasa: dalla Luna allo spazio profondo

Sembra strano che nel rinnovato fermento lunare del cinquantenario dello sbarco, proprio la Nasa, che di quell’impresa fu protagonista, si limiti alle celebrazioni storiche. Ma è solo una questione di tempo: i voli di prova della nuovissima astronave Orion, sviluppata per permettere viaggi nello Spazio aperto (nella prospettiva di una missione umana su Marte), inizieranno nel 2020 proprio con una circumnavigazione lunare.  Con la Stazione Spaziale Internazionale in fase di dismissione, e il lungo viaggio per Marte da preparare, infatti, la Luna è tornata ad essere un obbiettivo estremamente appetibile. È lì infatti che verranno testate le nuove tecnologie con cui la Nasa punta a rilanciare l’esplorazione umana del Sistema Solare. Un obiettivo per i quale nel prossimo decennio sarà costruita un’infrastruttura spaziale unica nel suo genere: il Lunar Gateway, una nuovissima stazione in fase di progettazione, in collaborazione con l’Esa e gli altri partner Nasa, che dovrebbe sorgere nell’orbita lunare. Una stazione pensata come punto di partenza per le missioni dirette sulla superficie del satellite, in grado di ospitare strumenti, sonde e rover, e un equipaggio umano. E che rappresenterebbe la prima stazione spaziale mai costruita nello spazio profondo, lontano dagli effetti protettivi della magnetosfera terrestre.

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