Antonia Frigo
Frammenti di M.E. Un’esperienza di sindrome da stanchezza cronica
Edizioni ETS 2009, euro 6,00, pp.59
“Scrivere per guarire, per liberarsi dalla malattia, dalla rabbia, dalla paura che mi attanagliano”. Se la spiega così Antonia Frigo quell’attrazione irrefrenabile verso i suoi “strumenti di affrancamento”, un foglio bianco e una penna, a cui ha deciso di affidare, con un atto liberatorio, il dramma della sua sofferenza. La Sindrome da Stanchezza Cronica l’ha colpita poco più che maggiorenne costringendola ad abbandonare una dopo l’altra le attività che riempivano le sue giornate: pianoforte, danza, canto, ceramica.
Ora ci sono nuove passioni, come la filosofia, le discipline orientali e l’etnomusicologia, che sono cresciute faticosamente dalle macerie di un lungo e devastante terremoto emotivo. A ogni scossa, un nuovo stato d’animo: abbandono, impotenza, angoscia, solitudine, ma anche rabbia. Le descrive con estrema sincerità Antonia, ma anche con maestria poetica, le emozioni che l’hanno accompagnata in questi dieci anni di malattia, centrando in pieno lo scopo del suo libro esplicitamente dichiarato nell’introduzione. “Non è mia intenzione dilungarmi in questo libro sulla CFS da un punto di vista medico. […] Ciò che più mi preme e che rappresenta lo scopo di questo mio breve lavoro, è il cercare di far capire che cosa significhi vivere quotidianamente con una malattia, spesso estremamente invalidante”.
Troviamo perciò solo brevi accenni ai sintomi, alle terapie e alle cause di una malattia di cui ancora oggi si sa pochissimo. La narrazione è svolta a un livello più profondo e riesce fin dalle prime pagine a rendere partecipe il lettore delle sensazioni provate dall’autrice. Prima tra tutte il “sentirsi non capita”. La Sindrome da Stanchezza Cronica non è una di quelle patologie che si scatenano in modo eclatante, lasciando una scia di conseguenze più o meno lunghe o gravi. La malattia di cui stiamo parlando, che una parte degli scienziati associa all’encefaliomielite mialgica, entra in scena in punta di piedi e per lo più agisce indisturbata dietro le quinte con sporadiche apparizioni plateali. Durante le quali, oltre tutto, è spesso irriconoscibile.
L’empatia scatta subito, per esempio, quando Antonia racconta lo sconforto delle prime diagnosi, quando il suo profondo malessere veniva attribuito con una disinvoltura irritante ai capricci di una psiche fragile. Così quel “pesante fardello delle accuse, più o meno esplicite, di essere io a non volere condurre una vita normale, a mancare di forza di volontà e di interessi” riusciamo ad avvertirlo anche noi e facciamo fatica a liberarcene anche dopo avere chiuso il libro. Sì perché da questo viaggio nel corpo e nella mente di Antonia si esce con un bagaglio più pesante di quando si era partiti che altro non è che la consapevolezza di cosa provano i malati di C.F.S. È un bagaglio che ci arricchisce e di cui dobbiamo essere grati ad Antonia Frigo.





