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Un anno da record per le tartarughe Caretta caretta che nidificano sulle spiagge italiane

di
Tiziano Alimandi

Il 2025 è un anno record di nidificazione di tartarughe Caretta caretta – o tartaruga comune – in Italia, secondo Legambiente. 13 su 15 le regioni di mare in cui è stata ritrovata quest’estate, con il primo nido scoperto il 19 giugno a Celle Ligure, mentre sono ormai oltre 600 quelli rinvenuti, il 30% in più rispetto al 2024. Nel Lazio, che è al terzultimo posto con 19 nidi, una nidiata scoperta a San Felice Circeo ha visto l’intervento dei ricercatori e volontari di TartaLazio. Giulio Gerosa, biologo di formazione e responsabile scientifico del progetto racconta dell’importanza di questi eventi di nidificazione.

Le tartarughe sono rare nei mari italiani?

“La Caretta caretta è la specie più comune dalle nostre parti, ma ciò non la rende meno rara: per il momento è l’unica a riprodursi in Italia dopo la Chelonia mydas. C’è poi una terza specie che frequenta il Mediterraneo, passando dallo stretto di Gibilterra: la Dermochelys coriacea, ma non si riproduce qui. Ad oggi, frequentano il nostro mare alcune popolazioni di Caretta caretta. Poiché queste tartarughe tornano a deporre dove sono nate, si vengono a creare dei cluster che differenziano le popolazioni geneticamente, anche se parliamo della stessa specie. Per l’Italia, ad esempio, ce n’è una calabrese; poi c’è una popolazione turca, cipriota, sirica, etc. Quindi, da un certo punto di vista, le tartarughe hanno sempre frequentato il Mediterraneo, Tirreno incluso, solo che prima lo facevano quasi esclusivamente per alimentarsi, infatti si trovavano quasi solamente i giovani, perché gli adulti rimanevano nella zona di deposizione, a Oriente. Da un po’ di anni lo scenario sta cambiando”.

Quando si comincia a parlare di Caretta caretta nel Mediterraneo?

“Nel 1988 trovammo dei nidi in territorio agrigentino. Quello fu tra i primi casi di studio in Italia, su progetto dell’università di Roma La Sapienza, dove allora stavo lavorando. Inizialmente, sembrava un evento sporadico, ma di sporadico c’era ben poco: adesso quei territori sono il regno delle Caretta caretta, si pensi all’Isola dei Conigli a Lampedusa. Recentemente la Sicilia è diventata ‘l’isola delle tartarughe’. Ma il fenomeno non era destinato a rimanere confinato in Sicilia. Con il tempo, le Caretta caretta hanno cominciato a spostarsi, superando il Canale di Sicilia. Dal 2013 si assiste ad una crescita significativa del loro insediamento nelle coste italiane.

La questione va oltre la semplice nidificazione. Solo per fare un esempio: sappiamo che esiste una popolazione americana di Caretta caretta che frequenta il Mediterraneo. Abbiamo osservato recentemente che tra questa popolazione e quella assidua del Mediterraneo sta cominciando un ‘flusso genico’, cioè le popolazioni stanno incrociando i loro patrimoni genetici. Poiché queste tartarughe tornano a deporre dove sono nate, si vengono a creare delle vere e proprie “popolazioni”, distinguibili anche geneticamente. L’esistenza di un flusso genico tra popolazioni è indicativo della dimensione di questo ripopolamento delle tartarughe sulle nostre coste”.

caretta caretta
Una ricercatrice del gruppo TartaLazio conta le uova schiuse (foto: T. Alimandi)

C’entra il cambiamento climatico?

“Sembra proprio di sì. Con il riscaldamento globale le popolazioni si stanno spostando da Oriente verso Occidente, in cerca di zone più fredde. Le spiagge del Mediterraneo occidentale sono diventate più idonee rispetto alla loro zona di deposizione canonica – Grecia, Turchia, Cipro, Siria, Libano, la costa africana.

Ci sono dei rischi e delle criticità quando parliamo di ripopolamento dei nostri mari?

“Avere qui le tartarughe è sicuramente una bella notizia, ma ciò comporta delle responsabilità. Le mamme di tartaruga non avranno mai più contatti con le uova, una volta deposte, quindi adottano dei sistemi per la sopravvivenza della nidiata. Innanzitutto, questo tipo di tartaruga ha una strategia di sopravvivenza di tipo R. Vale a dire: di fronte ad una scarsa probabilità di sopravvivenza dei piccoli, depone molte uova e fa poche cure parentali. Una tartaruga può deporre dalle 3 alle 5 volte in un anno, con oltre 100 uova a deposizione, quindi può fare anche 500 uova in un anno. È il contrario di quello che facciamo noi: cure parentali molto lunghe però pochi figli (questa è la strategia di tipo K).

Poi si arriva alle strategie che riguardano la deposizione: ad esempio, le mamme tengono le uova in anossia all’interno dell’ovidotto, per mantenere tutti i piccoli allo stesso stato embrionale, bloccando praticamente l’embriogenesi. Questo serve a fare in modo che le uova si schiudano contemporaneamente. Se tutto va bene – la deposizione è stata fatta in un luogo sicuro, non ci sono state mareggiate, nessun predatore ha disturbato la nidiata, e così via – si arriva con successo alla schiusa dei piccoli. In media, per una buona nidiata siamo intorno all’70-80% di schiusa.

Ma è comunque un momento molto delicato. Non a caso, una volta uscite, le tartarughe sono in uno stato definito ‘frenzy’ cioè di frenesia, codificato geneticamente. Per questo le vediamo correre verso le onde: sanno che devono superare il mesolitorale il prima possibile. Solo superata la batimetrica dei 200 metri cominciano ad essere più al sicuro, dal momento che il mesolitorale è pieno di pericoli, non solo i predatori… Ne muoiono tantissime. Su mille uova deposte, solo una tartaruga arriva ad essere adulta. Nel frattempo sono passati vent’anni.

Fatte queste premesse, è chiaro che le coste degli stabilimenti, pur rappresentando climaticamente un ambiente idoneo per la loro riproduzione, non sono attrezzate e non prevedono la presenza delle tartarughe. Una tartaruga si trova a deporre tra i lettini. Poi, una volta in mare, ci sono i natanti, le imbarcazioni, la pesca, etc. Se le vogliamo sulle nostre spiagge – ma parliamo di tutto il Mediterraneo, coste francesi e spagnole incluse – dobbiamo attrezzarci”.

In cosa consiste allora il vostro lavoro?

“Svolgiamo diversi lavori. Nel caso delle nidiate di questi mesi, stiamo lavorando per preservarne la schiusa ed evitare la predazione in fase di corsa sulla spiaggia dei piccoli – gabbiani, volpi, etc.. E adesso stiamo aspettando la notte proprio per questo. In generale, Tartalazio nasce nel 2017 su progetto della Regione Lazio vagliato dal ministero dell’ambiente, che ci fornisce un numero di riferimento. La Regione Lazio è l’unica ad occuparsi interamente delle coste per quanto riguarda le tartarughe marine nel Lazio; in genere le altre coste d’Italia sono affidate ad associazioni come Legambiente, WWF. Non facciamo solo monitoraggio: ci specializziamo sulle tartarughe marine, facciamo conservazione, ricerca e sensibilizzazione. Per lavorare serve un permesso ministeriale, perché queste tartarughe sono in appendice uno della convenzione di Washington. Significa che questa specie è rara come il panda. Siamo coordinati con l’autorità marittima competente, con il Centro Ricerche Tartarughe Marine di Portici e numerosi altri enti.”

Come lavorate sul territorio?

“Abbiamo più di un centinaio di volontari attivi. Programmiamo transetti dai 2 ai 6 chilometri per il monitoraggio delle spiagge. Facciamo dei corsi per il riconoscimento delle tracce di entrata a terra ed uscita a mare della tartaruga. La zona, una volta identificata, viene presidiata. Se le uova sono deposte in zone che valutiamo sicure, lasciamo intatto il nido; altrimenti è necessario spostarlo, o un po’ oltre, o in un luogo diverso, a seconda dei casi. Costruiamo poi una protezione – di solito con l’aiuto dei balneari: il presidio diventa così anche un luogo di attrazione un po’ di tutti, perché poi spieghiamo ai passanti quello che facciamo. Seguiamo un protocollo che prevede di aspettare 50 giorni dalla nidificazione, superati i quali, a seconda del livello di temperatura della sabbia, si decide se intervenire per aiutare la nidiata”.

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