Un muro ghiacciato per Fukushima

A più di due anni dal terremoto che ha colpito il Giappone, l’incidente di Fukushima fa ancora parlare di sé. Le operazioni tecniche per raffreddare e mettere in sicurezza i reattori danneggiati nel marzo 2011 affrontano ora una fase molto difficile: Tepco ha problemi a gestire le 300mila tonnellate di acqua contaminata stoccate all’interno della centrale nucleare. Come riporta Nature, si sono verificati degli sversamenti e in alcune cisterne si registrano 1800 millisievert (mSv) di radiazioni (contro i 100 mSv di media). Le radiazioni gamma emesse potrebbero uccidere un essere umano in quattro ore.

Secondo il Guardian, il serbatoio nel quale sono stati registrati i 1800 mSv non avrebbe subito perdite. Tuttavia, le cause dell’alto livello di radiazioni sono ancora sconosciute mentre il fatto che il 19 agosto si sia verificato uno sversamento di 300 tonnellate d’acqua contaminata da un’altra cisterna ha messo in allarme le autorità. Infatti, il 28 agosto la Nuclear Regulatory Authority (Nra) giapponese ha elevato la portata dell’incidente da livello 1 (anomalia) a livello 3 (incidente grave).

Nell’area della centrale di Fukushima sono installati circa 1000 serbatoi per la raccolta dell’acqua contaminata: si calcola che ogni giorno siano stoccate 400 tonnellate di liquido. A preoccupare più delle cisterne sono invece le infiltrazioni sotterranee di acqua arricchita di cesio-137 (un elemento radioattivo dall’emivita di 30 anni). Secondo le stime, sarebbero 300 le tonnellate di acqua sversate in mare ogni giorno dalle fondamenta danneggiate dell’impianto. Le correnti dell’oceano Pacifico, dice The Huffington Post, potrebbero trasportare il radionuclide – seppur in concentrazioni sotto la soglia di rischio – fino alle coste statunitensi entro il 2014.

“L’impatto ambientale sarebbe stato peggiore” ha detto Vincent Rossi, oceanografo presso l’Institute for Cross-Disciplinary Physics and Complex Systems delle Baleari, “soprattutto se i contaminanti fossero stati riversati in un altro ambiente oceanico dalle correnti meno energiche e turbolente”.

Il cesio-137 rappresenta un problema anche per le aree boschive del Giappone, dove rischia di accumularsi negli strati superficiali del terreno con il passare degli anni. Il Bullettin of the Atomic Scientists racconta che le autorità locali hanno iniziato a ripulire il sottobosco per rimuovere il materiale organico e contenere la diffusione del radionuclide che si è depositato sulle piante a partire dalle esplosioni che hanno colpito i reattori di Fukushima.

Valutare l’impatto complessivo dell’incidente di Fukushima sulla salute e sull’ambiente non è facile (vedi Galileo: Quanti tumori dopo Fukushima), ma la lunga vita del Cesio-137 permetterà agli scienziati di monitorare la situazione. Il vero problema riguarda i 1000 serbatoi di Fukushima: secondo il New York Times, Tepco prima o poi sarà costretta a svuotarli in parte nell’oceano Pacifico. Sebbene la carica radioattiva sia stata ridotta tramite purificazione all’1% di quella originale (ora è 80 megabecquerel per litro), le tonnellate di liquido contaminato potrebbero avere un impatto non trascurabile sull’ecosistema marino delle coste giapponesi.

Per limitare i danni e arrestare le perdite, come informa la Bbc, il governo giapponese avrebbe quindi prospettato una soluzione ardita: una barriera “ghiacciata” alta poco meno di trenta metri intorno alla centrale, all’interno della quale un sistema refrigerante porti le temperature a -40 gradi, solidificando le perdite di acqua contaminata. Una scommessa azzardata, giacché il sistema è stato in effetti già testato, ma solo su piccola scala, e per inquinanti non radioattivi. Secondo il portavoce governativo Yoshihide Suga il Giappone è pronto a finanziare l’intera operazione con 47 miliardi di yen (circa 360 milioni di euro).

Credits immagine: IAEA Imagebank/Flickr

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