Una miniera nel liquido amniotico

Come quelle dell’embrione, le cellule staminali presenti nel liquido amniotico possono trasformarsi in muscoli, ossa, grasso, vasi sanguigni, cellule nervose o del fegato. La scoperta, che potrebbe risolvere il dilemma etico sollevato dall’uso a fini scientifici degli embrioni umani, è di un gruppo di ricercatori statunitensi guidati da Anthony Atala, dell’Istituto per la medicina rigenerativa del dipartimento di Medicina della Wake Forest University.

Che nella placenta e nel liquido amniotico fossero presenti cellule progenitrici dell’embrione in via di sviluppo si sapeva da anni, ma non era ancora chiaro se, fra queste, ci fossero delle cellule staminali. Ora la ricerca di Atala, pubblicata su Nature Biotechnology, dimostra che circa l’1 per cento di queste cellule è staminale: può dare luogo a diversi tessuti e rappresenta uno stadio intermedio fra le staminali embrionali e quelle adulte. Se la loro capacità di moltiplicarsi e trasformarsi in diversi tessuti verrà confermata, le cellule staminali derivate dal fluido amniotico (dette amniotic fluid-derived stem – AFS) si candidano a essere la fonte principale di staminali per uso clinico.

A differenza delle altre, infatti, sono immediatamente disponibili – si possono coltivare a partire dai campioni di liquido amniotico prelevati per l’amniocentesi, un test prenatale eseguito per individuare alcune anomalie cromosomiche del feto, oppure, dopo la nascita, dalla placenta – si moltiplicano velocemente – in media raddoppiano dopo 36 ore –  e finora il loro sviluppo non ha portato allo svilupparsi di tumori, come succede per altre staminali.

Resta ancora da dimostrare che queste cellule, come quelle embrionali, siano capaci di trasformarsi in tutti i tessuti di cui è composto l’organismo, ma “tutto quello che abbiamo provato a fare finora ci è riuscito”, ha dichiarato Atala. Le cellule adulte create a partire dalle Afs, infatti, hanno superato i test a cui le hanno sottoposte i ricercatori: inserite nel cervello di topi affetti da malattie degenerative, le cellule neuronali hanno ripopolato le zone colpite; quelle ossee hanno fatto ricrescere il tessuto osseo, quelle epatiche riescono a secernere urea. (l.g.)

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